Inter, la Coppa di Inzaghi tra paure, ragioni e l’aiutino di Allegri

di Mario Spolverini

Inter Inzaghi – Peccato aver dovuto affrontare nella stagione squadre come Genoa, Lazio, Fiorentina, Torino invece che giocare 38 volte contro la Juventus. Sarebbe stato bellissimo, sarebbe stato un affare per i botteghini dei club, per l’Inter e per i suoi tifosi. Un po’ meno per il mondo bianconero ma questa è una sottigliezza trascurabile.
Ironia a parte da stanotte la sala delle coppe di Viale della Liberazione si arricchisce di un altro trofeo e Dio solo sa quanto sia importante anche se non si chiama scudetto. La sconfitta della Juve mette solo il sigillo finale su una stagione che più buia non si può ma se fosse stata l’Inter ad uscire sconfitta dall’Olimpico le reazioni sarebbero state di ben altra veemenza, Inzaghi sarebbe stato portato dopo mezz’ora sul banco degli imputati, la squadra messa davanti al plotone di esecuzione, Steven Zhang invitato calorosamente a vendere i suoi mostri a quattro ruote per comprare un biglietto di sola andata a Nanchino per mai più ritornare.

Non è andata così. Oggi l’aria profuma solo di vittoria e con il sorriso stampato in faccia si inizia a pensare a Cagliari, Atalanta e ad un campionato che termina il 22 maggio. Ogni riferimento alla scaramanzia è puramente voluto.

Finale specchio della stagione

La finale di Roma è stata un po’ lo specchio dell’annata nerazzurra,  un avvio brillantissimo seguito da un’ora di nulla. Tutto da capire ancora se per  l’incapacità di reggere l’urto del pressing bianconero o se per scelta precisa, rinculando fino a farsi schiacciare in attesa di ripartenze a campo aperto che non arrivano mai perché la squadra di Inzaghi non ha contropiedisti nati ma ottimi giratori di palla capaci di impostare ma non di speculare sulle difficoltà altrui. In poche parole il solito problema della incapacità di gestire, un deja vu di Bologna e del periodo iniziato con la sconfitta nel derby di ritorno.

Allegri aiuta

Gli ultimi minuti della prima frazione di gioco ed i due schiaffoni bianconeri a inizio ripresa hanno avuto l’effetto di risvegliare la bella addormentata ma soprattutto di addormentare la Juve. La scelta di Allegri di abbassare Cuadrado per far posto a Morata ha tolto di mezzo quello che anche ieri sera (come sempre) sembrava essere il pericolo numero uno per la difesa nerazzurra. La catena di sinistra Dimarco-Perisic è andata a nozze con il colombiano basso preso in mezzo ogni tre per due senza capire come arginare le discese dei due veri protagonisti della fase più calda del secondo tempo interista. In più Allegri, quello che secondo la vulgata popolare vale da solo 10 punti perché sa leggere le partite, sostituendo Bernardeschi con Bonucci  ha mandato un chiaro messaggio di presunzione e di paura allo stesso tempo. Difendiamo il 2 a 1 e portiamola a casa deve aver pensato in livornese ma aveva fatto i conti senza l’oste.
Se tra il gol di Barella ed il rigore (splendido) di Calhanoglu l’Inter non si era mai affacciata con pericolosità dalle parti di Perin, se al contrario Handanovic si era guadagnato la pagnotta già nei primi 45’ con tre interventi decisamente più importanti del mezzo errore in occasione del gol di Alex Sandro/Morata, dopo il gol di Vlahovic l’Inter ha capito che tornando a giocare a modo suo poteva rimettere in piedi la barca, come puntualmente avvenuto.
Inutile discettare sui due rigori. Falli a bassa intensità ma falli, roba che magari in Europa  non fischiano ma in Italia si, come ben sanno in casa bianconera e se qualcuno ha delle remore è un problema suo.

Perisic amaro

Due osservazioni per concludere: Perisic ha giocato un’altra partita sontuosa, suggellata da due gol ed una frase senza senso dopo il 120mo. Poteva e doveva risparmiarsi la polemica sull’ingaggio, la star resta pur sempre un dipendente con tutti gli obblighi che ne conseguono rispetto a chi gli paga uno stipendio comunque profumato. Se ha il mal di pancia prenda un Maalox o cambia aria, l’Inter la medicina buona ad ogni evenienza l’ha già in casa (Gosens).
Inzaghi ha ben ragione di essere ultrafelice. Doveva essere il riparatore di una squadra disfatta dagli eventi dell’estate scorsa, senza i big che gli hanno venduto  porta a casa due trofei in sei mesi con tanti saluti a Conte e a tutti i suoi predecessori fino a Benitez e Mourinho.  Ieri sera è tornato su un argomento che aveva sollevato le solite polemiche spicciole, non aver rimpianti per qualche punto perso in campionato a fronte di un ottimo cammino in Champions a molti è sembrato tafazzismo spinto visto il finale di stagione. Ha ragione lui, o si continua a pensare così o si resta nel pantano della mediocrità e se gli altri si dimostrano più bravi chapeau.
Amala (con due coppe in  più)


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