Inter, dopo il Sassuolo interrogativi da risolvere e rischi da evitare

di Mario Spolverini

Inter Inzaghi – Nessuno se lo augurava ma tutti sapevano che la tempesta perfetta poteva arrivare in qualsiasi momento. E’ arrivata. E ora che si fa? C’è chi smoccola contro il mondo intero, chi si attacca al fallo di Berardi su Calhanoglu in occasione del primo gol, chi inveisce contro Perisic reo di non aver contrastato Scamacca sul secondo, chi ha già licenziato Simone Inzaghi per la squadra messa in campo, chi Suningout prima possibile. Tutti d’accordo invece sull’ennesima minchiata di Handanovic mentre il rumore delle vedove di Conte inizia a risuonare nell’aere come le campane ad una messa funebre.

Mea culpa, ammetto anch’io il mio errore, quello di aver pensato per settimane che, passato il ciclo terribile di gennaio/febbraio, le cose potevano andare in discesa. Inizia invece una salita stile Mortirolo, di quelle che non danno respiro e che si concluderà solo all’ultimo minuto dell’ultima giornata,  inizia un nuovo campionato a tre, tre squadre ognuna con le proprie imperfezioni, con i propri problemi, chi riuscirà a nasconderli meglio alla fine avrà la meglio.

Quelli dell’Inter erano latenti già dall’inizio del girone di ritorno, parzialmente nascosti dal livello di tutti gli avversari incontrati (Venezia ed Empoli a parte contro i quali le sofferenze sono state egualmente evidenti) ed esplosi negli ultimi 20 minuti del derby. La prova bella e sfortunata contro il Liverpool appare oggi più figlia dell’adrenalina della grande occasione che non dell’organizzazione.

Il Sassuolo doveva segnare l’inizio della fase meno ostica, la sventola rimediata ieri a  San Siro nessuno l’aveva messa in conto ma i prodromi di una serata difficile c’erano tutti. Le assenze di Bastoni e Brozovic, la mancanza di un regista di riserva e dunque la necessità di stravolgere il centrocampo, l’enorme dispendio di energie fisiche e soprattutto mentali consumate nel filotto di big match, una rosa limitata nelle alternative da proporre da centrocampo in su anche a causa di infortuni (Correa e pure Gosens a questo punto) o per scelte di mercato che lasciano dubbi irrisolti (Sensi poteva essere il naturale vice Brozovic?).

Problema di testa o di gambe? Se la testa è spenta le estremità non girano come dovrebbero, la lettura più realistica sembra questa, gli errori dei singoli, troppi e innegabili, discendono dalla stanchezza ma anche dal risveglio traumatico alla fine del derby  dopo  aver accarezzato magari con un po’ di presunzione l’idea di poter arrivare a maggio sulle ali di quanto fatto fino a gennaio.

Al Sassuolo nel primo tempo è stato sufficiente fare una partita accorta e gagliarda per trovarsi sopra di due gol arrivati si da errori individuali evidenti ma ascrivibili alla squadra nel complesso e pure a mister Inzaghi. La scelta iniziale di portare Barella nella mattonella di Brozovic ha messo l’Inter in condizione di giocare senza Brozovic e senza Barella, Vidal poteva essere azzardato in quella posizione forse con risultati più apprezzabili risparmiando a Gagliardini una pessima giornata dopo mesi di oblio totale in panca. Una volta sotto l’Inter della ripresa ha cercato  la reazione ma anche in questo caso più con l’orgoglio  che con la testa lucida, le occasioni tante ma confuse, quelle davvero importanti restano le due parate di Consigli su Dzeko e Lautaro che la butta fuori da 4 metri.

Parlare di singoli ha dunque poco senso se non per un paio di persone. Skriniar innanzitutto, l’unico che abbia connesso testa e gambe per tutti i 90 minuti sfiancandosi nel chiudere gli spazi al terzetto offensivo emiliano e poi fiondarsi a dare una mano nella fase offensiva. Gli fa da contraltare Lautaro. Sul Toro argentino il discorso sarebbe lungo e complesso. La sua stagione parla di 5 gol a inizio stagione, poi un digiuno di 5 domeniche, 6 gol dopo la firma e ora a secco dal 17 dicembre, nel mezzo un rinnovo contrattuale che sembra averlo acquietato più che galvanizzato. Difficile pensare ad un problema fisico, a 24 anni i suoi tempi di recupero non sono quelli di Dzeko, più facile anche qui pensare alla testa. Quella di Lautaro è ancora a Milano? O è già proiettata su altri lidi? Tocca a lui rispondere, a suon di gol se possibile.

Discorso a parte per Handanovic, una delle poche certezze negli anni più bui sia nella leadership silenziosa sia nel rendimento tra i pali, uno dei più grandi punti interrogativi in questo momento. Gli sono state addossate colpe di ogni genere spesso anche senza alcuna giustificazione. Sui gol di Raspadori e quello di Giroud nel derby impossibile però non vedere la sua difficoltà, la sua reattività non in linea con i suoi stessi parametri del passato e con quello dei numeri uno delle squadre avversarie. Essere capitano dell’Inter significa anche essere consapevole delle proprie responsabilità ed agire di conseguenza per il bene della squadra.

Il giorno dopo serve curare la testa più che le gambe e non solo a Milano. Non ci frega una mazza del mal comune mezzo gaudio ma se il City di Guardiola cade sotto i colpi non  irresistibili del Tottenham reduce da 3 sconfitte consecutive, se il PSG rimedia 3 gol dal  Nantes settimo in classifica significa che la Champions prosciuga risorse anche ai club con rose ben più possenti di quella nerazzurra. Il che non significa affatto snobbare la Coppa dalle grandi orecchie per dedicarsi anima e corpo alla seconda stella come sostiene qualcuno ma gestire nella maniera migliore le risorse a disposizione.

Non era una stagione trionfale qualche settimana fa, non è una stagione da buttare alle ortiche adesso, il rischio di questi giorni è trasformare le certezze in paure e gettare via il bambino insieme all’acqua sporca.  E' una stagione tutta da giocare, con la testa prima che con le gambe e questo vale per tutti, tecnici e dirigenza compresi.


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