Inter, benedetto Liverpool, quanto ti abbiamo aspettato

di Mario Spolverini

Inter Liverpool – E’ più che probabile che alla fine dei 180 minuti prevalga il Liverpool. I Reds sulla carta sono più forti, molto più forti di questa Inter, sono più esperti, sono primattori da anni in Europa e nel campionato più competitivo del mondo, hanno stelle di livello assoluto in campo, hanno una società forte, hanno ricavi più che doppi anche in epoca Covid.

Eppure saranno da ringraziare questi inglesi, saranno loro gli apostoli testimoni di una piccola grande Pasqua nerazzurra, la resurrezione dopo anni di  grigiore. Il ritorno alla fase ad eliminazione diretta della coppa più importante dopo 10 anni significa sedersi allo stesso  tavolo di Bayern, City, Real e compagnia bella  invece che fermarsi al primo fast food  delle comparse.

Sono queste le partite che servono all’Inter per fare l’ultimo step verso l’olimpo dei grandi, sono questi i momenti in cui squadra, società e tifosi ritrovano e condividono il senso più profondo dell’orgoglio sopito fino al 19mo scudetto ed ora in procinto di passare i confini nazionali per un’avventura tanto impervia quanto elettrizzante.

Respirare di nuovo questo clima significa  doversi riappropriare di uno status mentale di livello superiore a quello sufficiente per giostrare sui campi della serie A. Non si tratta solo di indossare di nuovo l’abito delle grandi occasioni  rimasto nascosto per oltre un decennio nella polvere dell’armadio dei ricordi ma soprattutto la consapevolezza di aver raggiunto una nuova dimensione che annienta definitivamente l’immagine di nobiltà decaduta che ha accompagnato l’Inter fino a pochi mesi fa e crea i presupposti per una rinnovata cultura della vittoria, da non ricercare ad ogni costo ma con la necessaria continuità. Cultura della vittoria che non si traduce con l’obbligo di successi ma con il corretto utilizzo di tutte le risorse economiche ed umane necessarie per concorrere  per il vertice, in Italia ed in Europa, stagione dopo stagione senza interruzioni.

San Siro accoglierà questa sfida da par suo, l’avversario evoca ricordi dolcissimi, in primis quello di Giacinto Facchetti che si inserisce sull’asse Mazzola-Corso per andare a  scardinare la porta inglese sotto la curva sud il 12 maggio 1965 con il suo destro dal limite. San Siro quella sera ci credeva nonostante il 3 a 1 dell’andata per gli inglesi, le fiammelle accese sugli spalti dagli 80 mila all’ingresso in campo delle squadre divennero il simbolo  dell’impresa che da lì a poco si sarebbe materializzata.

Nonostante tutto San Siro ci crederà anche domani sera perché per i tifosi quelle fiammelle non sono mai spente.

E Inzaghi? E i ragazzi, quanto ci credono davvero?


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