Inter, “alla Juve ci vada lei” disse al Presidente. Boninsegna, storia di gol e tradimenti

di Mario Spolverini

Inter – Per gli interisti è rimasto Bonimba, soprannome affibbiatogli da Gianni Brera come unione lessicale di Boninsegna-Bagonghi. Quest’ultimo era un nano agilissimo che a quell’epoca si esibiva al circo Togni. Aveva  gambe cortissime e testa grossa come tutti i nani degni di tal nome. Quando si incrociarono, il bomber chiese al maestro della penna il perché di quel soprannome “Lui mi rispose, guardandomi dal basso all’alto, che il soprannome derivava dal fatto che – pur piccolo di statura – riuscivo sempre a saltare più in alto dei difensori. Lo guardai dall’alto al basso, alzandomi ancora di più sulle punte dei piedi, e gli risposi ridendo che tra noi due il nano non ero certamente io. Dovette ammettere che in effetti, vedendomi dalla tribuna, aveva ricavato un’impressione sbagliata. E ridendo a sua volta, mi disse che nano mi aveva chiamato e nano dovevo restare. Con una concessione, però: ero un nano gigante”.

Quella di Boninsegna e il nerazzurro è una storia in cui dominano i tradimenti. Il primo arrivò ancor prima che la sua carriera vera iniziasse. Era cresciuto nell’Inter, era giunto alle soglie della prima squadra, allenata da Helenio Herrera. Doveva esordire in serie A a Bergamo nel 1963 ma HH manda in campo Di Giacomo nonostante un braccio malmesso. Pochi giorni dopo lo mandano in prestito al Prato da dove rientra a fine stagione, convinto di restare. Quando Allodi lo chiamò per dirgli che doveva andare a Potenza, di fronte alle proteste del giovane attaccante, la risposta del dirigente fu di quelle che non ammettono repliche: o andava in Basilicata o avrebbe smesso di giocare. Bobo buttò giù il boccone amaro, strinse i denti e partì per il sud, dove rimase un anno soltanto, sfiorando la promozione storica.

Poi arrivò quello a Cagliari, lui e Gigi Riva erano due galli nel pollaio,la società aveva bisogno di incassare, uno doveva andarsene. Toccò a lui naturalmente. Accettò a malincuore ma pretese l'Inter, solo l'Inter.

La sua storia nerazzurra è conosciuta da tutti, gol a raffica, gol meravigliosi come la sforbiciata al Foggia, gol a rischio della vita come l'inzuccata  in volo al Napoli mentre il piedone di Panzanato era a due centimetri dalla sua tempia. Alla fine saranno 173 in sette anni.

L'ultimo tradimento arrivò proprio da nerazzurri. “Presidente, alla Juve ci va lei”, Bonisegna rispose così a Fraizzoli che gli annunciava il trasferimento a Torino. “Mia moglie si ricorda ancora che mi tremava la cornetta e diventai bianco come un lenzuolo. Volevo morire…”.  La morte nel cuore di Bonimba, ma anche di quello del popolo nerazzurro che si sentì tradito. “Ancora oggi ci sono interisti convinti che abbia fatto il “mercenario”, ignorano che all’epoca non esisteva lo svincolo e che il calciatore era totalmente ostaggio della società”.

“Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards… credo che un'Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa” dice Stefano Accorsi nel monologo più famoso di “Radio Freccia”.

Chi lo ha visto giocare non ha mai smesso di credere nelle sue rovesciate, chi non ha avuto la fortuna di vederlo si fidi dei più anziani, uno così nasce una volta ogni 100 anni.

Buon compleanno grande Bonimba

 


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