Inter, tre gol accesi dal destino segnano la fine di una stagione

di Mario Spolverini

Inter Inzaghi – Qualcuno aveva scritto  che per fare il passo definitivo verso la maturità ieri all’Olimpico l’Inter avrebbe dovuto “uccidere” il padre Josè Mourinho tanto forte era la suggestione di trovare per la prima il mago del Triplete sulla panchina avversaria.

E’ andata proprio così con un’unica variazione sul tema. Il capo famiglia “ucciso” dai nerazzurri non è stato lo Special One, ormai non più genitore ma amico antico ed amatissimo ma Antonio Conte, padre vero di questa squadra talmente bella da non sembrare vera. Simone Inzaghi si è preso definitivamente l’Inter nel suo vecchio stadio, ha cancellato definitivamente la presenza ingombrante di chi lo ha preceduto, Conte resta l’artefice del 19mo scudetto ma nulla di più, questa Inter non ha più niente a che spartire con la sua.

 Non lo dice Sconcerti o Di Marzio, lo ha detto il fato che ha messo i tre gol sui piedi (o sulla testa) di Calhanoglu, Dzeko e Dumfries, gli eredi di Eriksen, Lukaku e Hakimi. Qualcuno potrà pensare ad una semplice coincidenza a noi piace pensarla diversamente.

Inzaghi è stato il complice perfetto del destino per portare a termine il “parricidio”. L’Inter di Conte sbocciò quando arretrò il baricentro di 30 metri ed il principe danese trovò finalmente posto stabile nell’undici titolare, dopo diverse battute a vuoto ed una eliminazione sanguinosa dal girone di Champions.

L’Inter di Inzaghi è quanto di più lontano possibile da quella, non poteva essere diversamente visti gli interpreti cambiati, l’Inter oggi  inventa calcio, disegna calcio, porta 9 uomini nella metà campo avversaria, ieri lo schema principale era  la palla lunga per Lukaku e “Ave Maria speriamo la butti dentro lui”,  oggi segna in qualsiasi modo, con Dumfries sono 13 i nerazzurri andati a segno almeno una volta.

Dopo gli ultimi 15 minuti di sofferenza a San Siro con il Napoli le partite con Venezia, Spezia e Roma hanno messo in mostra una squadra in totale e continuo controllo, tre monologhi senza intervalli, senza sofferenze, senza cali di concentrazione. Il miglior segnale del grado di empatia raggiunto tra squadra e tecnico.

4 mesi fa non c’era niente di scontato, l’Inter aveva davanti una montagna da scalare, le perplessità soverchiavano le certezze. Oggi  va in campo con un atteggiamento nuovo ed entusiasmante, Inzaghi non potrà mai confessarlo ai microfoni ma il suo schema principale sembra essere “noi siamo l’Inter, sono gli altri a doversi preoccupare”.

Ora serve l’ultimo passaggio importante, andare a Madrid martedì prossimo a giocarsi il primo posto nel girone europeo con lo stesso approccio mentale anche se con qualche accorgimento tattico mirato. Sarà un ulteriore step nella consapevolezza che questa squadra ha un futuro enorme davanti a sé, comunque vada a finire al Bernabeu.


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