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Un anno difficile. Breve cronaca di un Interista a Siviglia

L’amore si prova con la distanza

Dopo un anno difficile di esilio forzato -Erasmus- torno in Italia. Vedere l’Inter da lontano devo dire che ha avuto pro e contro.

Fra i primi catalogherei aver evitato la calura milanese il giorno della presentazione di Gabigol a cui avrei voluto assistire; ma anche le ulcere da stress per prendere biglietti ed andare a San Siro speranzoso, le contrattazioni con le bancarelle per tirare il prezzo e le discussioni da bar nel tentativo di difendere l’indifendibile.

Di contro c’è che trovare chi trasmettesse l’Inter a Siviglia è stato arduo, più facile trovare una discreta pizza simil-italiana per intenderci. O constatare la comparsa di amici creduti rapiti da rettiliani dopo le molteplici figuracce in eurovisione col Beer Sheva. Mitraglie di messaggi e sfottò tanto intensi da voler fingere la morte come il Mattia Pascal di Pirandello.

Di Internazionale solo gli sfottò

Trovare finalmente il bar sgangherato con sgabelli scomodissimi e conseguente posizione da invertebrato, vedere i propri ragazzi – dovendo spiegare a metà bar chi fossero quegli individui in nerazzurro – fare una prestazione agghiacciante e macabra ed in più constatare che diluvierà il giorno in cui sei uscito in canotta ha provato le mie corde più interiste.

L’avvento di Pioli però ha portato un nonsochè di (inter)nazionalpopolare. Una ventata di nuovo entusiasmo, durata però meno degli accendini che ti regalano col pacchetto di tabacco. Due scintille e regalato all’amico del “pensavo fosse il mio”.

Lo slogan “saranno tutte finali” ha perso di credibilità, ed io che dicevo “Da settimana prossima studio” ho perso gli stimoli come i ragazzi dopo Torino. Mia madre, dal canto suo, gridava “A Lavorare!” come i tifosi della Nord dopo l’ennesima “finale” persa.

Sfibrato e fiaccato nell’umore ho pensato, dopo qualche notte insonne fatta di allucinazioni fantozziane – Moratti appollaiato sulla scrivania, Maicon che palleggia a bordo letto –  di dichiararmi acalcistico. Farla finita, lasciare il pallone nel giardino del vicino, “e bucalo una volta tanto!!

Anno difficile, ma si torna più forti

Non è stato facile essere canzonato pure dai chitarristi di flamenco, ma sono ancora in piedi. L’Interismo, come i veri amori, si rinvigorisce con la distanza. Non si cura nè con le umiliazioni iberiche. Tantomeno si affoga con le birre andaluse o con improbabili abbinamenti pasta e salsa BBQ.

Mi appresto a tornare rinvigorito nell’animo e temprato dalle battaglie. Vorrei che la mia Inter tornasse poderosa come Cesare; che come lui varcasse il Rubicone e prendesse il potere in una Serie A che da troppo tempo ci ha confinato ad un ruolo indignitosamente marginale.

Vorrei tornare a sgolarmi come nel 2010 e non ad augurarmi sordità temporanea per non sentire sfottò multilinguistici in bar peggio ma molto peggio dei celeberrimi “Bar di Caracas“. Dare un senso ai nostri colori, e magari qualche motivazione per prendere la nuova maglia ed esportarla in Portogallo!

Sweet dreams are made of this