La Roccia nerazzurra che fece esplodere tutta l'Italia

In pochi possono dire di aver vissuto un momento come quello, fuori dal suo ambente naturale ma capace di di essere decisivo come un bomber di razza
30.07.2019 00:21 di Mario Spolverini   Vedi letture

Nella vita di ogni persona c’è sempre un momento che resterà indelebile nonostante lo scorrere del tempo per la sua importanza, drammatica o gioiosa. Un flash che diventerà in eterno il simbolo di quel personaggio, un marchio a fuoco, sia che lo tenga gelosamente custodito nel suo cuore, sia che ne faccia partecipe altre persone o una intera comunità.
Tarcisio Burgnich non doveva essere lì in quel momento, che ci faceva lì? Cosa lo aveva spinto lì? Dopo averci raggiunto a tempo scaduto, i tedeschi ci avevano messo sotto all’inizio del primo supplementare, quel diavoletto malefico di Muller aveva uccellato Albertosi e Cera con tocco insignificante su una capocciata di Seeler. Il sogno costruito sul gol di Bonimba in apertura stava svanendo in una nuvola di caldo umido messicano. “Ma che sono più fesso di Schnellinger”, deve aver pensato la Roccia. E via per praterie a lui sconosciute, “territori ostili” li avrebbe chiamati il Caressa del 1970, la metà campo avversaria di qualsiasi stadio del mondo non aveva quasi mai conosciuto quel furlan con lo sguardo duro e sempre imbronciato. Qualcuno ha parlato di una illuminazione mariana che lo aveva spinto ad attraversare tutto il campo mentre i nostri stavano per battere una punizione, per essere dove l’istinto gli aveva ordinato di essere. Nessuno si accorge di lui quando Rivera batte quel piazzato, non i tedeschi, non le telecamere, di certo neanche Rivera. E neanche il tedescone che sbaglia il rinvio, mettendolo sui piedi di Tarcisio lì dove doveva trovarsi Bonimba o Riva, magari anche Domenghini, ma non lui. E invece c’era il centravanti Tarcisio Burgnich, sollevato da terra dall’urlo di una nazione intera davanti agli schermi in bianco e nero “tira Tarcisio, tira…” Istinto, sacrificio, fortuna, rabbia, disperazione messi in un frullatore per farne uscire quel tiro che fece esplodere una nazione intera, aprendo le porte ai 20 minuti di calcio immortali nella storia degli azzurri.
Chiunque altro, su quel gol, avrebbe costruito un castello di orgoglio ma non lui, impastato con una modestia oggi sconosciuta: “Quando ci troviamo ancora adesso Domenghini, Riva, Mazzola, Rivera, Bertini, mi prendono in giro: ma come hai fatto a fare un gol così? E io ripeto sempre la stessa cosa: ma che ne so?”

Tarcisio, quel nome strano che parlava di antiche tradizioni delle campagne friulane (suo padre si chiamava Ermenegildo) , famiglie dalle radici solide anche se i soldi scarseggiavano. “Si giocava con una pallina di stracci, era finita la guerra da poco e non c’erano quattrini. Si faceva un fagotto, lo si riempiva di fieno ed era il nostro pallone. Già la pallina da tennis ce l’avevano solo i benestanti, figuriamoci un pallone vero. Si giocava e si palleggiava con quella, e la passione è nata lì” ricordava Burgnich in una intervista di qualche anno fa.
Da Ruda, paesino friulano dove era cresciuto, aveva iniziato all’Udinese dove aveva trovato Dino Zoff da Mariano, 12 km più in là. Il primo provino lo aveva fatto per il Catania, due anni prima, insieme ad un altro friulano della Pro Goriza. I rossoblu siciliani scelsero l’altro, Bruno Pizzul, quando il calcio provava a giocarlo prima di iniziare a raccontarlo.

Oggi si direbbe anche di lui che ha qualcosa da farsi perdonare, due anni alla Juventus, che però non intuì le qualità di quel ragazzone. Burgnich giocò 13 partite nell’anno dello scudetto 1961, ma non piaceva a qualche dirigente bianconero che lo trovava poco in linea con lo stile bianconero e fu mollato al Palermo. Si prese la sua bella rivincita pochi mesi dopo, segnando uno dei 4 gol dei rosanero agli juventini in casa loro. A Torino faceva coppia con Caroli, uno che a suo dire il calcio lo aveva preso come passatempo più che come mestiere. Il suo interesse principale erano le bellezze subalpine, quando aveva bisogno della garconniere Tarcisio gli lasciava il suo appartamentino andandosene al cinema vicino. Caroli aveva tentato di indurre in tentazione anche la roccia, ma nulla da fare, “lui era immunizzato al peccato, la sua vita si snodava tra casa e stadio, stadio e casa…”. Prima di un incontro con la Samp a Marassi Caroli carpì le parole di un giornalista, Renato Morino, che ironizzava “chissà quanti gol beccherà la Juve oggi con Caroli e Burgnich terzini”. Incrociando il giornalista, Caroli lo guardò di brutto e gli spiegò l’accaduto. I due furono i migliori in campo, il giorno dopo Morino titolò il suo pezzo “Caroli e Burgnich hanno fatto ingoiare ad un giornalista un’incauta dichiarazione della vigilia”.

L’Inter gli aveva già messo gli occhi addosso per metterlo vicino ad uno spilungone biondiccio e taciturno come lui, Giacinto Facchetti e per farne una delle coppie difensive più strepitose della storia del calcio. Uno a mordere i garretti della punta avversaria più tignosa, l’altro a svolazzare sulla sua fascia, cosa mai vista fino a quel momento e men che meno un terzino che segnasse con una certa regolarità. Una coppia di fatto nerazzurra, anche fuori dal campo: “ho dormito più con lui che con mia moglie” ha detto Tarcisio in una intervista in occasione dei suo 80mo compleanno. Due che si fidavano ciecamente l’uno dell’altro perché fatti della stessa pasta. Quando l’Italia si giocò l’ingresso alla finale degli Europei del 1968 alla monetina con i russi, mentre gli italiani passeggiavano come il papà in sala d’attesa mentre la moglie partorisce, Tarcisio non aveva dubbi “si aveva il cuore tranquillo e sereno perché avevamo un capitano che come andava là vinceva sicuramente”.
Burgnich resta per 12 stagioni all’Inter, quando giocherà la sua ultima con la maglia nerazzurra, nel maggio 1974 , il suo pallottoliere parla di 358 presenze, 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 66 presenze in azzurro oltre al titolo di Campione Europeo nel 68 con gli azzurri di Valcareggi.
E parla di un soprannome che gli resterà attaccato per tutta la carriera, la "Roccia", affibbiatogli da Armando Picchi una domenica in cui l’Inter giocava contro la Spal, la squadra del compianto capitano della grande Inter prima di vestire i colori nerazzurri. L’ala dei ferraresi era un suo amico, Novelli, nel pre partita Picchi lo aveva avvertito “ti marca Burgnich occhio che è tosto non ti fa toccare palla”. Un contrasto duro in partita, Tarcisio resta in piedi, Novelli no, finisce ko ed esce dal campo con un ginocchio malandato con Picchi ad apostrofarlo “te lo avevo detto che questo è una roccia”.

Ma anche l’Inter fece il suo piccolo errore nel 1974, giudicandolo arrivato con i suoi 35 anni, con i postumi di un infortunio fastidioso che non lo lasciavano in pace ed un appagamento quasi fisiologico dopo tanti successi. Vinicio lo reclamò al Napoli per fargli guidare la difesa partenopea impegnata per la prima volta con la tattica del fuorigioco. Risultato: 30 partite giocate, un en plein straordinario per un 36enne, secondo posto in classifica e l’anno dopo l’ultimo trofeo da mettere in bacheca, la Coppa Italia.
Qualcuno lo ha definito l’amico o il collega silenzioso sempre al tuo fianco, quello di cui ti puoi fidare. Perché il suo brodo era l’onestà, quella totale, che quando succede ti porta a riconoscere che un avversario è stato più bravo di te. A lui è successo due volte, quando Pelè gli volò con il bacino quasi sopra le spalle e le braccia disperatamente aperte per mettere dentro l’1 a 0 della finale mondiale 1970, e quando un altro friulano, Ezio Pascutti lo anticipò mentre la Roccia era già in volo su un cross in un Inter Bologna degli anni 60: “un gol così poteva segnarlo solo un campione come Ezio, in fondo mi ha fatto piacere che gli sia riuscita una prodezza del genere”. 
Oggi più che mai l’Italia avrebbe bisogno di tanti Burgnich.

(Fonti: Storie di Calcio.org, Assocalciatori.it, Corriere della Sera,TuttoJuve.com, Il Giornale.it, Tirreno.it)