Fraizzoli, presidente e galantuomo, un esempio anche per questi tempi

Per Ivanoe Fraizzoli l'Inter era un passatempo ma i giocatori erano i suoi figli, e come tali li trattava. Un Presidente mai dimenticato
01.06.2019 19:30 di Mario Spolverini   Vedi letture

E’ stato il più milanese dei Presidenti dell’Inter, forse anche più di Angelo Moratti, che gli lasciò la società nel 1968. Duecentocinquanta milioni sull’unghia, non proprio una bazzecola per chi viveva da sempre nella buona borghesia meneghina ma senza essere né discendente di antiche tradizioni industriali né il genio arricchitosi nel dopo guerra come tanti altri. Fraizzoli era il prototipo del cummenda con la fabbrichetta, non propriamente modesta per quei tempi, nel settore dell’abbigliamento per camerieri, gente per cui la faccia, l’onorabilità contavano più del conto in banca e che andava fiera di non sapere cosa fosse una cambiale. 

Ivanoe e Renata (Nana come la chiamava lui) non avevano avuto figli. Famiglia industriale anche per lei, ancor più “importante “ nel mondo dei tessuti di quella del futuro marito. Le storie di quei tempi raccontano il ballo galeotto in una serata del 1945 presso un circolo della borghesia milanese, la Famiglia Meneghina. Nana fu conquistata da un valzer, ma ancor più, qualche mese dopo, da un Inter Napoli finito 3-2 all’Arena, giocato sotto una pioggia fitta e fredda. “Non verrà mai più allo stadio” temeva Fraizzoli. Invece Renata entrò a San Siro quel giorno per non uscirne mai più, neanche dopo la scomparsa del Presidente, nel 1999. Lady Renata rimase tale, amata da tutti e competente come pochi, sempre presente, perfino nella notte del Triplete a Madrid a 86 anni suonati, ricordando spesso la data della sua iscrizione all’albo dei soci dell’Inter insieme al futuro presidente: 10 ottobre 1948.

Ivanoe aveva dato qualche calcio nelle giovanili nell’Inter a suo tempo. Il talento non era sufficiente per sfondare sui campi da gioco, quello per stare dietro la scrivani dirigenziale si. Nel 1960 entrò nel Cda nerazzurro, nel 1968 Angelo Moratti gli consegnò la sua creatura più bella, dopo una stagione di trionfi che avevano fatto dell’Inter la squadra più forte del mondo. Ma anche nel calcio tutto ha un tempo e quella epopea era finita. Succedere a Moratti in quel frangente non era semplice. I fenomeni di HH stavano entrando sul viale del tramonto, qualcuno aveva già mollato, urgeva una rivoluzione per non perdere confidenza con le vittorie.  Salutato Helenio Herrera, in panchina sedette Foni, poi Heriberto Herrera. Arrivarono Boninsegna , Lido Vieri, Bertini, dalle giovanili si imponevano Bordon, Oriali, Bellugi, il nucleo di quella squadra che tre anni dopo, nel maggio del 1971 con Invernizzi in panchina, avrebbe vinto lo scudetto fantastico della rimonta sul Milan, rimasto nella memoria dei tifosi per la tabellina di Mazzola e Facchetti. La Finale della Coppa Campioni di Rotterdam dell’anno successivo illuse che i tempi gloriosi potessero tornare. Anche allora l’Ajax era una squadra di scavezzacolli terribili, Cruyff chiuse la pratica con una doppietta, spengendo ogni sogno sul nascere.


Fraizzoli ha sempre confessato di avere un debole per quell’Inter del suo primo scudetto, l’aveva costruita lui, la sentiva completamente sua. Poi arrivarono i tempi delle deleghe a nuovi dirigenti, qualche vecchia conoscenza come Mazzola che nel frattempo aveva appeso le scarpette al chiodo e qualche manager rampante come Beltrami, iniziarono a lavorare sotto la sua ala, per aprire l’Inter al calcio che andava modernizzandosi.
Tardelli e Falcao furono i grandi rimpianti di quegli anni. Quando Fraizzoli disse ok a Mazzola e Beltrami per portare all’Inter il brasiliano della Roma si mosse la politica andreottiana per convincerlo a recedere dal suo intento. Anche la sua Renata lo incitava a fregarsene delle pressioni e a portare Paulo Roberto ad illuminare San Siro. Fraizzoli fu visto piangere in quell’occasione, sapendo che non poteva chiudere quell’affare per non inimicarsi il mondo intero. Tardelli invece saltò perché in un momento di amarezza, dopo l’acquisto di un flop come Libera, Fraizzoli aveva pensato di lasciare il calcio, lasciando campo aperto alla Juventus.


In compenso poco dopo portò con sè giovanotti strepitosi e affamati come Altobelli e Beccalossi che insieme a Marini e Oriali, Pasinato e Beppe Baresi, guidati al Sergente di ferro Bersellini si presero lo scudetto del 1980 ed il cuore dei tifosi. Da imprenditore attento, il bilancio veniva prima di tutto. Poteva prendere Ancelotti e Paolo Rossi, ma di fronte alle richieste esose preferì mollare. Non aveva mollato Platini, quando nel 1978 sembrava certa la riapertura delle frontiere. Mazzola e Beltrami avevano già chiuso l’affare con Le Roi, poi sappiamo tutti come andò a finire 4 anni dopo. Secondo Leo Turrini, Fraizzoli sbagliò a fidarsi di Beltrami, che conosceva poco il francese. “Apres la gare” aveva detto il Direttore nerazzurro al fuoriclasse emergente, intendendo dopo la partita di quella sera. Ma la gare, in francese è la stazione ferroviaria. Fu così che dopo aver girovagato inutilmente tra i binari, Platini si scocciò e firmò con la Juventus. Al suo posto arrivò Hansi Muller, passò più tempo in infermeria che in campo. “Me l’avevano dato per sano, chi poteva immaginare…” rimpiangeva il Presidente, mentre Platini segnava gol a raffica. Non transigeva sui principi, cacciò Rino Marchesi dalla panchina nerazzurra perchè fumava il sigaro negli spogliatoi, dette il benservito allo stopper della nazionale dell’epoca, Bellugi per qualche comportamento che non gli andava a genio.


Era come un padre per i giocatori, severo e rompiscatole, ma di una generosità fuori dal comune. L’orgoglio per le vittorie più importanti sfociava sempre nella stessa frase: “Ile, prepara i soldi per i ragazzi” era l’invito alla segretaria di preparare il premio partita. Non erano noccioline, per una vittoria sulla Juventus anche sette milioni delle vecchie lire. Ai tempi di Bersellini era capitan Bini a passare in sede il lunedì per raccogliere i premi per la squadra, orgogliosi di quelle somme ma soprattutto di avere uno come Fraizzoli per Presidente.
E come un vero patriarca agiva verso i suoi ragazzi.. Quando l’Inter giocava a San Siro non mancava mai alla rifinitura del sabato pomeriggio. Poi, dopo la Messa delle 17,30, la scena dei biglietti, con Fraizzoli che tirava fuori di tasca un mazzo di ticket per l’ingresso a San Siro il giorno dopo. I giocatori se li dividevano con avidità e regole precise, ai più anziani i posti in tribuna, ai giovani per le gradinate.


Il calcio era ancora molto diverso da quello di oggi, tanta umanità, tanto romanticismo e poche teorie scientifiche. Per il Presidente la squadra non era un team da far crescere con metodi psicologici ma un insieme di “figli” di cui occuparsi, non solo per quanto facevano in campo ma anche nella sfera personale e nella vita di tutti i giorni. Voleva sapere della prole, delle fidanzate e teneva molto al clima familiare di ciascuno dei suoi ragazzi. A Oriali continuava a chiedere quando fosse diventato papà, lui taceva e cambiava discorso, fino a che un giorno, esasperato dall’insistenza presidenziale, confessò che aveva già quattro pargoli. Marini ricorda invece di essersi sposato per non sentire più la domanda di Fraizzoli, preoccupato perché mentre tutti gli altri mettevano su famiglia da giovanissimi, lui era già arrivato ai ventisei ancora celibe. Il Pirata ricorda di una telefonata che lo raggiunse a casa a Lodi una sera appena rientrato dall’allenamento pomeridiano. Ileana, la storica segretaria di Fraizzoli, lo avvertiva che il Presidente lo voleva vedere con urgenza. Marini riprese la via di Milano, preoccupato per tanta sollecitudine. Arrivato nello studio presidenziale, si sentì chiedere come andassero le cose con la moglie, se la trattava bene, che marito fosse, insomma. Alle raccomandazioni, Fraizzoli unì un regalo per Marini. Prima dei giocatori lui cercava gli uomini e quello era uno dei modi per dimostrarlo. Uno degli episodi più emblematici di questo rapporto con i suoi ragazzi, lo dedicò a Carlo Muraro. Quando i giornali iniziarono a parlare di una sua presunta relazione con una famosa attrice , Fraizzoli, uomo con entrature ecclesiastiche non indifferenti, fece convocare il suo giocatore dal Vescovo di Milano. Muraro doveva sposarsi pochi mesi dopo, chiarì l’equivoco con l’alto prelato e anche il Presidente nerazzurro potè tranquillizzarsi.


Il calcio stava cambiando ad una velocità troppo rapida per i tempi saggi e meditati di Fraizzoli. La Legge 91 nel 1981 stravolse i rapporti che vigevano fino ad allora tra società e tesserati. Il primo effetto per il Presidente fu traumatico: due suoi figliocci, Oriali e Bordon lasciarono l’Inter per inseguire contratti più sostanziosi a Firenze e alla Sampdoria. Soprattutto quello di Lele fu un brutto colpo, un vero figlio adottivo di Fraizzoli e di lady Renata, fin da quando, da ragazzino, lo avevano preso come commesso nel negozio di Via De Amicis. Oriali ricorda ancora che, tornato in nerazzurro da dirigente nel 1999, la prima cosa che fece fu quella di andare ad abbracciarlo. Appena in tempo, poche settimane dopo, l’8 settembre, l’anziano presidente morì.
Quel “tradimento” aveva contributo non poco a convincerlo che il suo tempo era finito. Restare al passo con i tempi imponeva investimenti enormi, Fraizzoli avrebbe anche potuto andare avanti se fosse stato solo per questo. Era il calcio dei suoi sogni che stava finendo, in un vortice vorticoso di quattrini. E siccome per lui l’Inter era una passione fortissima ma pur sempre un passatempo dopo il suo lavoro di imprenditore, preferì passare la mano. 
Come un padre di famiglia di una volta si preoccupava per la solidità mentale ed economica del futuro genero, così Fraizzoli si guardò intorno a lungo prima di individuare il successore per quel figlio così importante per lui. “Ho sempre fatto tutto con il cuore, oggi non basta più. Nel calcio bisogna passare sopra i cadaveri, io non ne sono capace” fu il suo commiato. Scelse Ernesto Pellegrini, lo portò prima in Cda, poi Vice Presidente e nel gennaio del 1984 gli mise in mano la sua Inter. L’aveva pagata 250 milioni da Moratti nel 1967, prese tre miliardi o poco più da Pellegrini 17 anni dopo, praticamente niente. Pellegrini raccontava il momento della cessione in una intervista qualche tempo fa: “Ho sempre negli occhi quel pomeriggio al “Club degli Amici” in zona Brera, con il pianto di Fraizzoli, galantuomo con valori antichi cui sarò sempre riconoscente

Fonti:
L’Inter ha le ali – di Muraro, Beccalossi, Altobelli, Baresi
Storie di Calcio
Pazza Inter – Leo Turrini