Beppe Baresi, un'altra vita da mediano, con la serietà avanti a tutto

Beppe Baresi non è stato uno qualunque, nè in campo nè fuori. La sua storia con l'Inter parla chiaro, una storia di valori e di serietà
09.06.2019 17:30 di Mario Spolverini   Vedi letture

L’unica punta che Beppe Baresi non è riuscito a contrastare a modo suo è una donna, Emanuela Folliero. La primadonna di Rete4, all’epoca 20enne, distribuiva volantini nel centro di Milano pattinando. Una brutta scivolata la fece finire in braccio a Beppe, che passava di li insieme a Kalle Rumenigge. Poteva nascere una marcatura a “uomo” stretta come sull’avversario di turno ma non fu così, i due restarono buoni amici senza andare oltre.
Per il resto, chi ha avuto a che fare sui campi da calcio con Beppe se lo ricorda ancora. Si trattasse dei migliori italiani del tempo come Causio, Claudio Sala, Bagni, oppure le stelle vere Zico, Platini, Maradona. Baresi li ha contrastati tutti, quasi sempre con successo anche se la classe l’avevano gli altri mentre a lui gli Dei del calcio avevano riservato polmoni d’acciaio e garra da vendere.

Beppe Baresi e anche suo fratello Franco, la grinta la dovettero tirar fuori presto per farsi strada, la vita gli aveva portato via entrambi i genitori mentre i due ragazzi erano ancora adolescenti. La sorella Lucia gli fece da mamma, il calcio da papà. Guido Settembrino, l’allenatore del Travagliato, squadra del loro paese natale, li portò all’Inter, Beppe aveva 19 anni, Franco 17. Il primo fu preso subito, il “piscinin” fu giudicato troppo gracile. Il mondo intero si sarebbe accorto qualche anno dopo quanto fosse stato frettoloso quel giudizio. 
Non sognava il calcio come la sua professione futura, forse non ci credeva ancora. Beppe pensava di seguire le orme paterne, coltivando le sue terre con il trattore di casa. Quando arrivò la chiamata dell’Inter ebbe molti dubbi, la città non faceva ancora per lui, il suo regno era la campagna, il pallone era ancora un gioco non un lavoro. Fu proprio Settembrino a forzarlo per accettare, e fu così che Beppe ancora bimbo si trovò in un pensionato di Milano, insieme a ragazzi quasi tutti più grandi lui. Quando arrivò in città anche Franco, qualche tempo dopo, abitavano in zone diverse, Quando mamma e papà li lasciarono nel giro di due anni i due fratelli erano separati, lontani l’uno dall’altro anche se nella stessa città. Mentre i suoi compagni erano ancora poco più che bambini, Beppe era già uomo, provato dalla vita nella maniera più dura.
Il ricordo di Baresi di quegli anni è un mix di aggezza contadina e orgoglioso interismo: “Noi nell’Inter siamo stati allevati. Sapienti coltivatori di uomini hanno piantato il seme alla Pinetina e hanno aspettato pazientemente che desse i suoi frutti, dopo anni di cure attente sotto il sole dell’affetto e l’acqua spesso gelida della disciplina. Ciò che prova chi si gode il sapore di un frutto coltivato sul proprio terreno non è paragonabile a quello percepito da chi l’ha comprato già pronto. Quella fu l’ultima Inter autoctona. Noi con i piedi ben piantati in terra ce la siamo goduta per intero, forse quanto i nostri coltivatori, Bersellini e Fraizzoli.”
Quella maglia diventerà la seconda pelle di Giuseppe, 559 partite, quinto di sempre per presenze nell’Inter dopo Zanetti, Bergomi, Facchetti e Mazzola. Non male per un uno nei confronti del quale i giudizi tecnici parlavano di tecnica un po’ rozza. Qualche allenatore delle squadre avversarie, nel preparare le partite contro l’Inter, raccomandava di aggredire il  nerazzurro meno dotato, di solito lui. La sua vendetta era trattare con rudezza imparziale attaccanti o registi avversari, di solito mettendoli nella situazione di iniziare velocemente a pensare alla partita successiva.Terzino a destra o a sinistra, mediano che ribalta l’azione senza desiderare i riflettori, questo era Beppe Baresi, dove lo mettevi stava, giocava ed usciva solo dopo aver fatto il suo dovere fino in fondo. Anche lui, come il Pirata Marini, spesso indicato tra le riserve sicure ad inizio stagione finiva regolarmente per giocare quasi sempre. Un’altra vita da mediano avrebbe cantato Ligabue se avesse avuto la possibilità di fare una seconda dedica dopo Lele Oriali


Anche la nazionale si accorse di lui, fin dal 1979. L’unica grande amarezza della sua carriera è di quel periodo, quando perse l’occasione di far parte del gruppo mondiale di Bearzot nel 1982. Ne ha parlato lui stesso in una intervista di qualche ano fa: “Delusioni? “Una su tutte, ma con me stesso: persi il mondiale ’82 per colpa mia. In quegli anni mi sentivo forte, un po’ troppo. Mi prese il rilassamento, uno sbandamento: alla sera vai a letto un po’ più tardi, osservi meno la dieta, non ti alleni al 100 per 100. E addio mondiale. Mi è bastato per rimettermi in riga”.Un mondiale lo giocò, ma era quello sbagliato, quello del 1986. Nell’ottavo di finale trovammo la Francia, Platini quella volta riuscì a fregarlo, 2-0 per i galletti e fine dell’avventura azzurra per Beppe. Anche la maglia azzurra ai mondiali ha diviso i due fratelli. Nel 1982 c’era Franco in Spagna, nel 1986 Beppe, nel 1990 di nuovo Franco in Usa. 
Quando venne il momento di attaccare le scarpe al chiodo cosa poteva fare uno come lui se non trasmettere il suo interismo ai ragazzi? Prima da allenatore, poi da Responsabile del Settore Giovanile per 7 anni. Poi il salto sulla panchina più importante, da Vice o da assistente degli allenatori. Loro cambiavano, piuttosto spesso, vista la propensione di Massimo Moratti alle novità, Beppe invece restava. E c’era nell’annata più bella, insieme a Mourinho nell’anno del Triplete, di quel successo che gli restituì da tecnico ciò che la carriera gli aveva negato sul campo. I due scudetti, le due Coppe Italia, la Supercoppa, e l’Uefa del 1991 sono un bagaglio limitato per chi si è speso come pochi altri per quella maglia. Fino al 2014 quando lo tsunami attraversa il mondo nerazzurro, Moratti esce lasciando l’Inter a Thohir. Torna Mancini, Beppe capisce che qualcosa si sta rompendo, che il suo tempo all’Inter sta suonando il gong finale. La figlia Regina oggi è capitano dell’Inter women, in quei giorni fu lei ad alzare la voce: “Mancini non ha avuto nemmeno il coraggio di licenziare mio padre guardandolo negli occhi. Dopo oltre trent’anni di Inter meritava rispetto…
La serietà e l’amore di Giuseppe per il nerazzurro prevalsero anche sull’affetto per la figlia, che si beccò la reprimenda paterna in pubblico: “Non sono mai stato licenziato dall'Inter. Roberto Mancini è arrivato con un suo staff tecnico con il quale lavorerà sulla prima squadra. Alcune parole di mia figlia sul club e su Roberto Mancini sono state interpretate male e non sono sicuramente frutto del suo pensiero, mi dispiace per quello che è successo e me ne scuso". Perché Baresi significa serietà, soprattutto quando c’è di mezzo l’Inter.