(GdS) - Conte esce allo scoperto, Inter più vicina? Le parole dell’allenatore

07.05.2019 09:17 di Luca Leoni Twitter:    Vedi letture
Fonte: La Gazzetta dello Sport

Lunga intervista di Walter Veltroni ad Antonio Conte, in esclusiva per la Gazzetta dello Sport. Il tecnico pugliese risponde alle domande riguardanti il suo futuro, dando indicazioni sulla sua prossima panchina.

Conte, come e dove inizia?
"È mio padre che ne ha merito. Lui è stato il presidente di una squadra storica della mia città: la Juventina Lecce. Era un po’ tutto. Era presidente, allenatore, magazziniere. Portava le maglie, le lavava a casa, preparava il té per i ragazzi. Il mio primo ricordo di calcio è associato a papà e alla Juventina Lecce. Per lui era una vera passione. Fin da quando ho iniziato a camminare mi portava a vedere le partite. Aspettavo la domenica come un giorno di festa, il mio preferito. Sono cresciuto a pane e pallone, e non ho mai smesso".

Di che colore aveva la maglia?
"La maglia della Juventina Lecce era bianconera…".

Vede che era scritto nel destino?
"Può essere... Sicuramente la mia famiglia era tifosa del Lecce e della Juve".

Suo padre che lavoro faceva?
“Noleggiava automobili e portava con il pulmino i bimbi a scuola”.
 

E sua mamma?
“La sarta a casa. Ricordo bellissimi abiti da sposa fatti a mano. Era bravissima. Ogni tanto però mi prendevo qualche ceffone perché, con il pallone, ero capace anche di sporcare il bianco candido dell’abito da sposa”.

 

Che pallone era?
Palloni che adesso qualunque bambino rifiuterebbe. Di cuoio, quel cuoio con le cuciture in bella evidenza. Dopo un po’, per la troppa usura, usciva fuori la camera d’aria rosa. Papà li teneva con amore, li curava con il grasso. Insomma li trattava come dei figli in modo che durassero di più. Anche perché costavano parecchio”.

Il calcio è arte o scienza?
"È un mix. Bisogna incorporare ogni cognizione scientifica, ogni contributo medico o tecnologia. Allo stesso modo è centrale il talento, la dimensione creativa dell'organizzazione del gioco come del gesto dei singoli. Arte e scienza, insieme".

Cosa pensa della Juve che non riesce a vincere la Champions nonostante domini in Italia da 8 anni?
"Con me era un'altra Juve. Cicli diversi. In quegli anni si faceva di necessità virtù. Non mi è mai capitato di prendere una squadra ai vertici. Sono sempre partito da situazioni difficili e sono riuscito a conquistare la vetta. La Juve oggi è cresciuta. La struttura è al livello delle prime 3-4 al mondo. La Champions non è il campionato, dove di solito vince la squadra più continua. La Champions spesso è decisa da partite alle quali arrivi nel momento giusto o nel momento sbagliato".

Tornerebbe un giorno alla Juve?
"I matrimoni, per esserci, devono essere da ambedue le parti. Penso che la Juve abbia iniziato un percorso e penso che siano molto contenti di Allegri che sicuramente ha continuato il lavoro, sta facendo molto bene. Un domani non si sa mai".

Una società che voglia Conte cosa deve proporgli?
"L'esperienza che ho fatto all'estero mi ha reso più forte e completo. La consiglierei a qualsiasi allenatore italiano. È dura, però ti migliora. Oggi se qualcuno mi chiama sa che io devo incidere, con la mia idea di calcio e con il mio metodo. Non sono un gestore, non credo che l'obiettivo di un allenatore sia fare meno danni possibile. Se pensano questo, le società non mi chiamino. Trovo umiliante per la categoria sentire una cosa del genere. Io voglio incidere, perché sono molto severo con me stesso. Poi ho un problema: la vittoria. Che sento come l'obiettivo del mio lavoro. Il percorso per arrivarci è fatto di unità d'intenti, di pensare con il noi e non con l'io. Non ne conosco altri". 

Vale anche per Inter e Milan?
"Vale per qualsiasi squadra. Io devo avere la percezione di poter battere chiunque. Devo sentire che vincere è possibile. Altrimenti, senza problemi, posso continuare a restare fermo".

I tifosi della Roma sognano Totti presidente e Conte allenatore. Rimarrà un sogno?
"Mi sono innamorato di Roma frequentandola nei due anni in cui sono stato c.t. della Nazionale. All'Olimpico senti la passione da parte di questo popolo che vive il calcio con un'intensità particolare, che per la Roma va fuori di tesa. Un ambiente passionale, che ti avvolte. Oggi le condizioni non ci sono ma penso un giorno, prima o poi, io andrò ad allenare la Roma".