Conte è colpevole, ma la società è (ancora) inesistente

Tra errori di campo e sulla scrivania, da troppo tempo all'Inter c'è sempre lo stesso leit motiv che va avanti e sembra non conoscere fine.
27.11.2020 16:00 di Gianfranco Rotondo   Vedi letture

Questo inizio di stagione dell’Inter sta mettendo in scena tutte le lacune di una squadra, intesa in senso quanto più ampio possibile (giocatori, allenatore, staff, dirigenti, presidente), che da oramai troppo tempo non riesce mai a stare dentro dei binari ben definiti. All’esterno, i tifosi, sono sempre alla ricerca dell’allenatore che difende i colori, che difende la squadra. Ma a ben vedere, sperare sempre di trovare il parafulmine di turno, è sintomo di una debolezza di tutto ciò che ci sta dietro. Come si dice in questi casi “il pesce puzza dalla testa”.

Proprio per questo ci sono dei passaggi forzati e contraddittori nella gestione ad ampio raggio dell’Inter. Sia chiaro, Antonio Conte è colpevole di quanto l’Inter sta dando in campo. Un allenatore che appare quasi costretto a stare seduto in panchina perché deve portare a casa i 12 milioni annui che la società gli ha garantito. Fosse per lui, probabilmente, sarebbe già su un bel divano a godersi da lì quei soldi. Ma purtroppo per Conte, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Quindi bisogna trovare soluzioni corrette ed anche alla svelta, perché già da sabato, il Sassuolo non è una squadra che si fa pregare per punirci (e lo sappiamo bene).

Ma, ripeto, Antonio Conte può pensare al campo. Una società non finisce dentro ad un prato verde. Quello è (o dovrebbe essere solo il culmine). Dietro le scrivanie di Viale della Liberazione qualcosa non quadra. Due estati fa, venne annunciato, con soddisfazione, lo stesso Antonio Conte in panchina perché la società aveva intenzione di crescere sul campo ulteriormente ed in maniera rapida. Risultato? Quello a cui stiamo assistendo oggi, con un altro di allenatore – Luciano Spalletti – mandato via da Appiano dopo aver raggiunto tra mille difficoltà, e talvolta anche errori personali (ma chi non ne fa? Soprattutto se in buona fede e finalizzati al bene della squadra) gli obiettivi prefissati – anche questo un caso raro – e con lo spogliatoio – o meglio, coloro che, poi, hanno fatto parte dello spogliatoio del primo anno di Conte – tutto dalla sua parte.

Due dirigenti come Marotta e Ausilio che, in questi due anni, non sono stati in grado di fare una cessione a titolo definitivo (Icardi è andato via in prestito e poi, successivamente, riscattato). E a questo punto i punti sono due: o loro non sono dirigenti capaci a fare il loro lavoro (e questo non lo si pensa), oppure è il caso di limitare l’acquisto di calciatori inadatti a grandi obiettivi. E’ inaudito non essere stati capaci di cedere anche ad una squadra di seconda fascia calciatori come Nainggolan, Joao Mario, Dalbert e compagnia cantante. L’equazione è sempre la stessa: se compri male, cedi male. Non si scappa.

Oltre a ciò, Suning aveva affidato a Marotta il compito di potenziare, a livello politico, la società. Anche in questo caso non solo il risultato è stato deludente, ma addirittura assente. Si pensi alle partite da recuperare la passata stagione dopo il lockdown o alla questione nazionali di quest’anno o, per non farci mancare nulla, ai continui errori arbitrali in Champions contro Borussia Monchengladbach e Real Madrid –cosa che non deve costituire un alibi, perché i pareggi e le sconfitte sono state molto più che meritate.

Tutto questo non fa dell’Inter né una grande squadra, né una grande società. Ed è il caso di darsi una svegliata tutti. Perché è finito il tempo di indossare la maschera dopo la farsa di Villa Bellini. Capre e cavoli insieme non possono stare e questo lo sanno tutti. Ma ora si veda di migliorare sotto tutti gli aspetti perché certi errori sono da persone non al livello dell’Inter.