Il futuro dell’Inter: senza nostalgie ma senza niente da rinnegare

L'arrivo di Conte sulla panchina nerazzurra ha sollevato un dibattito acceso tra i fautori dell'identità nerazzurra e chi sostiene le ragioni
01.06.2019 18:45 di Mario Spolverini   Vedi letture

Con Antonio Conte sulla plancia di comando insieme a Beppe Marotta,  si apre la fase dell’Inter 3.0 degli ultimi decenni, dopo gli anni pre e post Calciopoli e dopo la lunga traversata nel deserto segnata dal  doppio cambio di proprietà e dalla tagliola del settlment agreement. L’Inter degli ultimi 9 anni va in soffitta insieme a tutte le sue contraddizioni, gli errori, i momenti di caos tecnico e gestionale che hanno trovato composizione solo con l’arrivo di Suning. Adesso si aspetta solo il campo, non c’è un tifoso, uno solo, che non aspetti di chiudere questo lungo periodo di sofferenze tornando a competere, possibilmente a vincere. L’Inter e la sua gente sono in crisi di astinenza di successi da troppo tempo, il  Triplete deve tornare ad essere un meraviglioso ricordo e non più l’unico argomento per affrontare i confronti con i competitor.

Fatta questa doverosa premessa, qualche osservazione in più si impone. Il Corriere della Sera, in fondo di De Carolis parlava ieri di “detripletizzare l’Inter, soprattutto da una certa vecchia mentalità: rispetto per la storia, a patto non sia un fardello per il futuro”. Osservazione totalmente condivisibile se intesa nel senso di chiudere la fase da zero tituli e tanti ricordi, un po’ meno se l’intento è quello di aprire la strada ad una sorta di revisionismo tout court della storia dell’Inter e del calcio italiano.

E non a caso Davide Pisoni, su Il Giornale parla oggi di “juventinizzazione dell’Inter come di un passaggio necessario per la rivoluzione intrapresa da Suning per riportare i nerazzurri nell’Olimpo dei grandi, paradigma del superamento di logiche antiche ma che non pochi vivono come un vulnus. Sono i concetti che sui social hanno acceso il dibattito tra i tifosi nerazzurri, tra quelli già avvezzi alla logica del calcio business e della vittoria da ricercare ad ogni costo e quanti restano agganciati alla cultura di un calcio segnato da valori identitari imprescindibili. Valori che nel caso dell’Inter sono serviti spesso negli ultimi anni per marcare una diversità o meglio una pretesa superiorità etica e morale nei confronti di tutti, Juventus in primis.

Addentrarsi nelle ragioni di un fronte o dell’altro è terreno arduo, scivoloso da qualsiasi parte lo si affronti, torti e ragioni, idealità e concretezza si intrecciano in un nodo di cui sarebbe impossibile venire a capo. Ciò che non è impossibile invece è chiedere che nessuno pensi di costruire il nuovo edificio senza le fondamenta del passato, nessuna esperienza che voglia guardare al futuro con pretese di successo può fare a meno di ricordare chi siamo e da dove veniamo, anche perché l’Inter non ha alcunchè da vergognarsi della sua storia, a differenza di altri. Chi parla di nostalgia  per tempi ormai andati sbaglia prospettiva, per costruire le vittorie che verranno al cantiere nerazzurro serviranno i mattoni del nuovo imprenditore da tenere insieme con la calcina grassa e sicura dei vecchi muratori. Un guerriero come Materazzi ha detto ieri che il passato non si dimentica e non si cancella. Ha ragione Matrix, ognuno si porta dietro la sua storia, le sue azioni, le sue parole, l’importante è non fermarsi su queste ma considerare l’esperienza come  un segnale di direzione per il futuro e non come un palo cui appoggiarsi.