I pensieri di Sarri, contro il virus del calcio non serve il buonismo

30.03.2020 09:40 di Mario Spolverini   Vedi letture

Mi sono messo nei panni di Maurizio Sarri quando la società, nei giorni scorsi,  gli ha rivolto l’invito a decurtarsi lo stipendio. Lui, orgoglioso e tenace uomo di sinistra, compagno sempre a testa alta,  che deve mettersi le mani in tasca per aiutare gli Agnelli ! Un paio di pacchetti di Marlboro non saranno bastati ad accompagnare i suoi pensieri e neanche qualche passeggiata (dentro casa ovviamente) con il fido cagnolone Ciro,  preoccupato quanto il padrone perché anche la sua razione di croccantini dei prossimi mesi rischia di saltare. Maurizio ha tradito i suoi ideali, si è imborghesito andando alla Juventus, hanno scritto in molti la scorsa estate. Non credo proprio. Per  quel poco che possa sapere, è’ un professionista serio e come tale si è comportato, altra cosa sono gli ideali di una vita.  E da professionista limpido si comporterà anche stavolta, rinunciando a parte dei suoi compensi come i suoi giocatori. Magari trovando dentro di sè un compromesso un po’ “democristiano”, autoconvincendosi  che il suo sacrificio serva magari a portare tranquillità tra i dipendenti non tesserati del club. Non c’è solo Ronaldo alla Juve, c’è anche una parte di  middle class  bianconera , impaurita dalle conseguenze economiche del virus maledetto come tutti gli altri lavoratori del paese in queste ore.  Non sarà la classe operaia che va in paradiso ma il suo amico Bukowsky può stare tranquillo, il comandate Maurizio è sempre lì, saldamente ancorato ai suoi principi.

Meglio sorridere in queste ore così buie.  Sorrisi che non  mancano da  quando  è partita l’ondata di peana al comunicato della Juventus che annunciava l’accordo con i giocatori. Intesa encomiabile intendiamoci, soprattutto quando si pensi che la società ha chiuso il bilancio dello scorso anno con quasi 40 milioni di euro di perdite, che la semestrale del luglio scorso parlava di un rosso di altri 50 milioni, che il costo dei tesserati era salito fino a 173 milioni, che c’è una valanga di plusvalenze da fare nella prossima estate, che l’Uefa iniziava a guardare ai bilanci bianconeri in ottica FFP con una attenzione un po’ troppo accesa.  Il virus nei conti bianconeri c’era già quando l’Italia andava avanti a happy hour e serate in discoteca come se non ci fosse un domani. Una brutta influenza, di per sé forse facilmente  curabile grazie alle potenzialità del club bianconero ma che ha aperto le porte alle enormi difficoltà arrivate con l’aggressione del  bacillo maledetto.

“Aborro” (direbbe Mughini) questa melassa di social buonismo che santifica l’accordo, figlia del conformismo, del tengo famiglia o della scarsa conoscenza dei numeri,  surrogato sportivo  del fenomeno dei balconi che all’inizio dell’epidemia si aprivano (mentre la gente già moriva) per mostrare al mondo quanto fossimo coglioni in Italia. Forse per la debolezza psicologica che ci attanaglia in queste ore, molti sentono il bisogno di un lavacro comunitario in cui sbiancare le coscienze, un focolare di fronte al quale darsi ragione a vicenda e sentirsi tutti più buoni. 

Una marmellata che non fa per me, neanche se domani un accordo uguale fosse stilato tra l’Inter e i suoi giocatori o all’interno di altri club. Se la pandemia oggi  fa danni di questa entità è perchè il calcio, tutto il calcio,  si è messo da solo in questa posizione di debolezza. Il virus reale sono le valutazioni  e gli  ingaggi faraonici, la dipendenza economica dai diritti televisivi, la miopia verso i settori giovanili, le strutture fatiscenti e circola  Italia da decenni.  Era troppo difficile da capire prima di beatificare i giocatori che si mettono le mani in tasca? Ed è troppo difficile da capire che non c’è nessuna eroica nobiltà nella rinuncia economica  dei giocatori, qualsiasi sia l’importo ? Qualcuno a cui le voci fuori dal coro non piacciono non troverà di meglio che scrivere “ecco il solito antijuventino da strapazzo”. Me ne farò una ragione e stasera brinderò al primo che lo scrive con un mezzo bicchiere di quello buono.