History Inter: L’eroe dei due mondi, Héctor Scarone

Scarone, il più forte per Meazza

“Venne all’Inter a 33 anni ed era ancora il migliore al mondo. Faceva cose che noi altri potevamo solo immaginare. Non oso neppure pensare cosa dovesse essere 10 anni prima, quando era al meglio della forma fisica e tecnica. Sinceramente, nel corso della mia vita ho affrontato molti avversari e veduto molti calciatori, ma per me Héctor Scarone rimane il più forte di tutti.”
Giuseppe Meazza
La storia di Héctor Pedro Scarone ha inizio tanto tempo fa e parte da una terra lontana. E’ una storia, come tante, di emigranti italiani salpati dalla Liguria oltre un secolo fa. Il padre, Giuseppe Scarone, come molti all’epoca, si trasferisce in Sud America, in Uruguay, in una terra che rappresentava la massima espressione sociale e democratica d’inizio ‘900, in cerca di fortuna. Lavora fianco a fianco con operai inglesi, esperti nel settore ferroviario, per la realizzazione di nuovi collegamenti nei pressi della foce del Rio de la Plata, proprio di fronte Buenos Aires e a pochi chilometri da Montevideo dove incontra la pasión.
A papà Giuseppe mancava la sua terra, mancava l’Italia, ma in quell’angolo di Sud Amerca che conta si e no un terzo della popolazione della Lombardia, aveva trovato la pasión, l’innamoramento per il calcio, più precisamente per il CURCC, il Central Uruguay Railway Cricket Club, l’attuale Peñarol che andava abitualmente ad assistere al campo di gioco con i suoi due figli, Carlos e appunto Héctor. Ma la gioia più grande fu quella di vedere Carlos, il più grande dei due figli, debuttare prima con la camiseta aurinegra e vederlo vincere il campionato del 1911 e poi con quella della Celeste, la Nazionale di calcio dell’Uruguay. Tutto sembrava apparecchiato per un futuro radioso e invece…
“El tipo puede cambiar de todo: de cara, de casa, de familia, de novia, de religión, de dios. Pero hay una cosa que no puede cambiar.
No puede cambiar de pasión.”
 
“Nella vita puoi cambiare tutto, ma non la fede
per tua squadra del cuore.”
In un primo momento Carlos, convinto dal suo amico e collega José Benincasa, si trasferisce in Argentina al Boca Juniors dove i compensi erano di molto superiori rispetto a quelli uruguaiani. Il fatto è che in Argentina non si ambienta granché bene e gli stessi Argentini non vedono di buon occhio gli uruguaiani che, a detta loro, sono più intenti al facile vizio della bottiglia che al terreno di gioco. Carlos dopo brevi apparizioni, pensa quindi di tornare a casa e decide di tornare a giocare nella città da cui era venuto, Montevideo, ma non più al CURCC.
La leggenda racconta che quando Carlos varca il Rio de la Plata per far ritorno a Montevideo, rimane ricoverato in un sanatorio per diverse settimane e per le sue cure si offre un ragazzo tifosissimo del Nacional, squadra acerrima rivale del CURCC di papà Giuseppe.
“L’inizio della leggenda.”
Dopo 152 gol in 227 incontri, ha fine la storia di Carlos Scarone con il Nacional e ha inizio quella ancor più grande, quella leggendaria di suo fratello Héctor, considerato il più grande calciatore della storia dell’Uruguay e uno dei più grandi della storia calcistica mondiale.
Héctor Scarone nasce il 26 novembre 1898 a Montevideo e nella patria del fútbol muove i primi passi. Da bambino segue con il padre le partite casalinghe del Peñarol, ma l’influenza determinante del fratello Carlos, fa germogliare in lui una grandissima passione per i colori blanco azul y rojo del Nacional e dopo un breve inizio nelle giovanili dello Sportsman, a 15 anni entra nelle file della tricolor, per grande gioia di papà Giuseppe…
Le giocate nei due anni trascorsi con le giovanili sono di livello superiore e una volta passato in prima squadra riceve immediatamente l’appellativo di el mago, debuttando, a soli 17 anni, nel massimo campionato uruguaiano. Talento puro, giocate incantevoli e meravigliose. Il ruolo, inizialmente di centravanti, viene cambiato più volte grazie alla grande capacità di lettura del gioco, arretrando la posizione fino alla trequarti e giocando spesso da interno nel modulo in voga a quei tempi, il metodo (WW).
“Estamos frente a un campeón.”
Nelle due stagioni successive trascina il Nacional alla vittoria del Campionato, risultando spesso decisivo e meritandosi la convocazione per il Campionato Sudamericano nel 1917 (l’attuale Copa America) che vince da protagonista realizzando il gol in finale contro l’Argentina e venendo nominato miglior giocatore della competizione. Nel 1918, anno nefasto per il Nacional con la morte di Abdón Porte (uno che la pasión per il Nacional, l’ha portata “dentro” fino agli ultimi secondi di vita, prima di spararsi un colpo al cuore al centro del campo del Parque Central) rimane a mani vuote, ma si riscatta negli anni a venire, facendo incetta di titoli, coppe e trofei nazionali e internazionali (a riguardo Wikipedia è prolissa ma esaustiva).
La classe cristallina non passa inosservata nemmeno in Europa e sono tanti i club che tentano di acquistarlo. La spunta il Barcellona che nel 1926 si assicura le prestazioni del fenomeno uruguaiano che, in coppia con Josep Samitier, incanta la platea culè per sei mesi prima di tornare in patria dal suo amato Nacional nonostante il ricchissimo contratto offertogli dai blaugrana. Héctor rifiuta perché se avesse accettato un contratto da professionista, non avrebbe potuto disputare le Olimpiadi (già vinte a Parigi quattro anni prima) dell’anno successivo giocate in Olanda e riservate ai soli atleti dilettanti.
Ad Amsterdam arriva nel pieno della forma e dopo avere eliminato gli azzurri nella partita di semifinale, Héctor realizza un gol stupendo nella ripetizione della finale contro l’Argentina, calciando da oltre 40 metri verso la porta difesa da Bossio che nulla può, con lo stadio Olimpico di Amsterdam tutto in piedi ad applaudire la magia.
“Mundial de Fútbol de 1930.”
Héctor era ormai sulla bocca di tutti gli amanti del calcio mondiale e nel 1930, all’apice della sua carriera, ha l’opportunità di conquistare la prima edizione della Coppa del Mondo di calcio, giocata proprio in Uruguay, patria del fútbol. La gara d’esordio viene disputata all’ Estadio Centenario, vero e proprio gioiello architettonico, culturale e appartenente alla mistica uruguagia, la cui costruzione viene ultimata a poche ore dall’inizio dell’incontro, tanto che è ancora possibile notare tutt’oggi le scritte realizzate all’epoca sul cemento non ancora completamente asciutto. Da una parte si legge Uruguay campeón, mentre da altre parti, nell’area riservata ai sostenitori ospiti, in quel caso i Peruviani, sono facilmente leggibili epiteti e insulti rivolti alle mogli e non dei giocatori uruguagi. In uno stadio stracolmo di gente l’unico a mancare è proprio lui, el mago; una crisi nervosa a poche ore dall’inizio del match l’aveva reso indisponibile e l’Uruguay fatica più del dovuto ad avere la meglio contro i Peruviani vincendo con un solo gol di scarto. El mago, torna in campo nella gara successiva contro la Romania e apre immediatamente le marcature e permette alla celeste di ottenere il passaggio del turno per l’accesso alla semifinale contro la Jugoslavia che non oppone la minima resistenza venendo travolta con un secco 6 a 1.
“Cosi uguali, cosi diversi.”
Argentina e Uruguay si trovano di fronte per la prima finale di Coppa del Mondo. Geograficamente divisi dal Rio de la Plata ma culturalmente divisi in tutto, o almeno cosi dicono loro, visto che hanno molti più punti in comune di quanti entrambi ne dichiarano. Politica, società, cultura; visioni completamente diverse della vita che nemmeno il tango di Gardel avrebbe potuto riconciliare. E poi c’è il fútbol, c’è una finale mondiale da conquistare.
“Sul tetto del mondo.”
 
Gli argentini partono favoriti, ma “quando conta gli uruguagi hanno qualcosa in più”. L’arbitro belga Langenus ottiene la possibilità di farsi fare un’assicurazione sulla vita, questo per capire l’importanza dell’incontro. Da una parte i Charrúa, capitanati da Nasazzi detto “el mariscal”, il maresciallo, il primo di una lunga stirpe di caudillos, capi, della celeste. La squadra, che gira intorno al talento di Héctor, ha ottimi giocatori a sua disposizione, come il centrocampista Andrade, e gli avanti Castro, Cea e Iriarte. Dal canto suo l’albiceleste dispone di fuoriclasse come Luis Monti, Manuel Ferreira e Guillermo el filtrador Stábile, il finalizzatore delle manovre argentine. Il match, teso e combattuto per l’intero arco della partita, vede trionfare per 4 a 2 la celeste e capitan Nasazzi alza al cielo la Coppa. Una partita epica, a tratti ai limiti del lecito. Una partita che ha visto gli argentini gestire meglio il pallone, ma di fronte hanno trovato un Uruguay molto organizzato, diretto dalla sapiente regia di Héctor Scarone che oltre a due assist, esibisce giocate sopraffine ai limiti della realtà, aggiudicandosi la nomea di miglior calciatore al mondo.
“Si chiamerà Internazionale, perchè noi siamo fratelli del mondo.”
Dopo il campionato conquistato dai nerazzurri nella stagione 1930-1931 e un anonimo quinto posto nella stagione successiva, il presidente Oreste Simonotti decide di rinforzare la prima linea offensiva e ingaggia il fuoriclasse uruguaiano per formare con Pepin Meazza una coppia d’attacco di valore mondiale, portando in Italia il primo grande campione straniero. Sulle tracce di Héctor c’erano infatti tutti i grandi club europei che ambivano ad avere nelle loro fila il migliore di tutti, ma l’Inter ebbe il vantaggio, rispetto alle concorrenti, di tesserare nel 1913 il primo Uruguaiano trasferitosi all’Estero, Julio Bavastro, in cerca di fortuna tirando calci a un pallone; in quel caso i sogni di Julio si spezzarono al fronte, combattendo nella Prima Guerra Mondiale e Héctor voleva in qualche modo onorare l’anima charrúa di Julio con la maglia nerazzurra.
 
“Ho visto cose che voi umani…”
I nerazzurri, guidati in panchina dall’ungherese István Tóth, non ottengono i risultati sperati, a causa di un pessimo girone di andata dove Héctor, spesso infortunato, non riesce a dare il suo contributo. Va decisamente meglio nel girone di ritorno, dove incanta la platea milanese, con gol e giocate straordinarie. L’intelligenza calcistica unita all’eleganza e a uno spirito di sacrificio non comune nei giocatori di talento, hanno fatto innamorare tutti i tifosi interisti e non solo, che accorrevano all’Arena Civica dove i nerazzurri disputavano le partite casalinghe. Memorabili furono le reti realizzate alla Lazio o il gol al Genoa realizzato partendo dalla propria difesa e scartando quasi tutta la squadra Ligure.
“Non è la destinazione, ma il viaggio che conta.”
Héctor veste nerazzurro per una sola stagione, sufficiente a mostrare un calcio diverso, superiore, interiore. Un calcio innovativo in cui la poesia era l’essenza della giocata e i tocchi erano vellutati e cadenzati a un ritmo lontano nel tempo, come lontana è la sua storia. Una storia iniziata tanto tempo fa, da una terra lontana. E da laggiù ha portato il miglior fútbol che si sia mai visto, parola di pepin Meazza.
Marco Padrolini

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