History Inter: 13 aprile 1998, la “smaterializzazione” russa

Divano, “Pyat Ozer”, camino acceso e braci ardenti. E’ novembre, la prima neve è caduta e il clima fuori è di quelli per veri duri. Sarebbe una serata da plaid e tisana ma per l’occasione mi concedo un bicchierino di “Pyat Ozer”, vodka siberiana, o almeno cosi fan credere. Mi prometto comunque di rimanere lucido, la richiesta da soddisfare non è semplice.

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“Senti Marco, abbiamo pensato a te per la nuova rubrica History Inter di Inter Dipendenza, che ne pensi?”

Zanetti, Facchetti, Rummenigge, Prisco, Moratti. Penso. Penso al “Prater” di Vienna e alle sfide contro il Real Madrid. Penso a storie vissute o raccontate, mi immagino di narrare le gesta del vate di Setúbal. Mi immergo nei ricordi e nelle immagini fino al più piccolo fotogramma. I Derby di Milano e le sfide alla Juven.., ehm, J******s. Le zampate di “BamBam” Zamorano, le treccine di Taribo West, la corsa “corazón y fuerza” di Simeone, l’istinto folle di “checco” Moriero, l’arte inumana di Ronaldo.

I pensieri si fanno confusi, le idee si nascondono e le parole silenziose riecheggiano nel vuoto. Sono nella confusione più totale e penso addirittura a un pezzo sul “Chino” Recoba. Sono allo stremo.

“Fisso con lo sguardo le poche gocce di “Pyat Ozer” che mi ero concesso. Penso che i suoi 40° dovrebbero essermi d’aiuto, in un senso o nell’altro…”

A parte il sapore al collutorio e la consistenza piuttosto oleosa devo ammettere che è stato un toccasana nel mettere ordine alle mie idee. Un’abbaglio, un’illuminazione, un’intuizione come cantava John Lennon nel lontano 1973 (“Intuition”, dall’album Mind Games). I pensieri incasinati di pochi minuti prima sono ora meno intensi e più lievi. I sentimenti si sciolgono mano a mano come neve al sole, le immagini sono più chiare, a tratti limpide.

Ripeto i nomi senza badare ai contenuti; Zanetti, Zamorano, West, Simeone, Moriero, Ronaldo…ai quali aggiungo il condimento: Pyat Ozer, Freddo, Neve…”. Un filo immaginario li lega e li ripeto più volte ad alta voce per prenderne confidenza. E’ ormai chiara in me la convinzione di rievocare una pietra miliare della nostra gloriosa storia. Riguardo con scrupolo il tabellino del match, e leggo in rigoroso ordine: tiri 21 a 7, calci d’angolo 17 a 3, possesso palla 68% vs. 32%. Tutti a nostro sfavore. Esito un attimo, balbetto nel ripete la cantilena ormai ampiamente memorizzata, ma non mi scoraggio. Sarà Spartak Mosca vs. F.C. Internazionale Milano, semifinale di ritorno di Coppa Uefa 1997/1998. Sarà il mio primo “pezzo”, sarà il mio articolo d’esordio.

“Tra un goccio di vodka e l’altro riemergono i ricordi..”

Quel 14 aprile 1998 lo ricordo molto bene. Ai tempi avevo 11 anni e il giorno precedente la partita non andai a scuola. Non era la solita (finta) influenza che un po’ troppo spesso faceva da comparsa nella mia mente. Era successo qualcosa di grave e di inaspettato, era venuto a mancare mio nonno.

“Rimangono attimi di vita che fotografi e che ti porti con te per sempre.”

Il morale non era certo dei migliori e l’attesa per la partita era decisamente scemato. La giornata del 13 la passai in un lungo pianto, interrotto solamente dall’arrivo di parenti, conoscenti e amici. Era stata una giornata impegnativa quel 13 aprile (data ricorrente che un decennio più tardi mi si rivelerà in tutta la sua bellezza), una di quelle giornate necessarie nella vita per rafforzare corpo e anima.

“A 11 anni vedi solo cose belle. E il calcio, oltre alla maestra di matematica, era una di quelle…”

Reagii bene la giornata successiva. Le lacrime di tristezza avevano fatto spazio a una maggiore spensieratezza e l’interesse per la partita, boicottato il giorno precedente, aumentava di pari passo con la tensione. C’erano da sfidare e sconfiggere energumeni alti 6 metri, o almeno cosi ricordavo dopo la partita di andata e cosi li descriveva Bruno Pizzul in evidente stato d’ebbrezza.

Alla classe e al talento di Tikhonov, che non è solo un famoso teorema matematico, rispondevamo con gli stessi ingredienti, moltiplicati per “n” volte, posseduti dal “Fenomeno”. Le discese sulla sinistra di Tsymbalar, erano “ben controllate” dalla sagacia tattica di Gigi Sartor. Zamorano marcava in modo esemplare le avanzate di Sjarhej Harlukovič lui si alto 6 metri, al netto dello “Pyat Ozer” che mi “ingollavo” come e più di Best. Titov e Alenichev, i cervelli della squadra moscovita erano ben controllati da Simeone e Cauet in prima battuta e dall’inesauribile corsa di Zanetti che più di una volta fu costretto a fare il doppio, triplo e quadruplo lavoro, compreso quello di Taribo (Taribo West, ndr), più intento a dispensare sermoni verso Pagliuca che a marcare l’immarcabile centravanti, a detta sua, Robson.

Mister Simoni in panchina predicherà tutta la partita nel deserto, visti i quintali di sabbia riversati sopra il manto erboso del “Dinamo”, casa della Dinamo Mosca, seppellito, nei giorni precedenti alla partita, da una copiosissima nevicata.

“Signori all’ascolto, buonasera. Siete collegati in diretta con lo stadio “Dinamo” di Mosca…”

Recupero la partita dai miei archivi, alla sezione “descargado”. Pigio “play” e il match inizia, seppur con qualche secondo di ritardo. In compenso mi conforta sapere che la telecronaca è affidata a Bruno Pizzul, vera arma in più della campagna europea nerazzurra. Pronti via e Robson a 1′ sciupa la più facile delle occasioni. Inizio complicato per i nerazzurri, troppo lunghi in campo con Ronaldo e Zamorano isolati nella steppa russa.

Passano cinque minuti di relativa calma e questa volta è Tichonov a sganciare dai dieci metri la “bomba zar” (il più potente ordigno all’idrogeno sperimentato dai russi ai tempi di Nikita Chruščëv), Pagliuca respinge e la sfera danza a un metro dalla linea di porta.

Scolo “Pyat Ozer”. Nel mentre Robson si avventa sul pallone, Ciccio Colonnese tenta l’intervento, ma è il guizzo felino di Giuanluca Pagliuca targato “bull-boys” ad evitare il peggio. Sono stremato e passo a una decisione drastica; abbandono ogni sostanza alcolica e cerco di concentrarmi esclusivamente sulla partita. Per alcuni minuti pare funzionare tant’è che la “bomba zar” e le “bull-boys” paiono solo essere esistite nei fumi dell’alcool.

Peccato che al minuto 11, Zanetti fa tutto quello che non ha mai fatto durante la sua carriera. Si fa saltare, per di più in piena area di rigore, aggravando la già di per se tragica situazione. Tichonov riceve palla dalla destra, entra in area, salta Javier, fa ancora un paio di passi e di destro lascia partire un gran tiro che non lascia scampo a Pagliuca.

“Sono tornato sulla terra nel momento peggiore, Spartak Mosca in vantaggio…”

Nel frattempo Gigi Simoni, dalla panchina, gesticola tattiche incomprensibili che solo Romantsev, tecnico dei russi, pare comprendere. Nella conferenza prepartita, lo stesso Simoni, alla domanda su un possibile ultimatum da parte di Moratti, taglia corto; “gli otto giorni si danno alle governanti, il mio rapporto con Moratti è ottimo…”.

Ottima risposta, come ottima è la reazione dei nerazzurri che dopo un minuto dalla svantaggio lasciano crossare il temibile Tsymbalar per l’onnipresente Harlukovič; tiro “del cacciavite” del russo e parate agevole di Pagliuca. Passano altri due minuti ed è lo scatenato Robson a mancare il goal del raddoppio.

Nerazzurri in grande difficoltà e incapaci di reagire. L’unico a crederci veramente in quel momento sembra l’inviato RAI a bordocampo, Marco Civoli, il che è tutto dire. Nel marasma generale non mi è nemmeno chiaro quale sport stia praticando Sartor..

“..le reminiscenze di quel 13 aprile 1998 ritornano alla mente più vive che mai…”

Partita che si assesta per alcuni minuti. Simoni arretra Zamorano nella zona nevralgica del campo a dar manforte ai due centrali. La squadra si ricompatta e si segnala un solo tiro velleitario di Robson al minuto 22′. I nerazzurri iniziano a macinare gioco, Simeone e Cauet accompagnano meglio l’azione, Moriero salta l’uomo con maggior disinvoltura e soprattutto Ronaldo si toglie un inguardabile paraorecchie di almeno due taglie superiore. La morsa dei biancorossi si allenta e prima Ronaldo e poi Moriero sfiorano la rete del pareggio, mentre dal fronte russo ci prova dalla trequarti il terzino Romashenko senza però impensierire Pagliuca, visto che il suo tiro terminerà a lato di una “versta”, unità di misura russa, corrispondente a circa 1066,8 metri.

Minuto 43′, Bergomi conquista un calcio di punizione nella propria trequarti. Batte Sartor, rientrato sulla Terra per l’occasione, in direzione dello “zio” che la gira velocemente a Zanetti. L’argentino lancia lungo in direzione di Simeone che avanza vincendo un paio di contrasti e allarga sulla destra dove staziona l’onnipresente Moriero

“..palla in area e goooaaalll, è Simeone, anzi Ronaldo, Ronaldo che segna, Ronaldo in area approfitta della confusione che si è creata e porta in parità l’Inter, goal importantissimo..”

Fine primo tempo. Diciotto anni fa annunciai il goal di Ronaldo a tutta la famiglia, raccolta intorno al nonno, con un gesto di soddisfazione. A distanza di qualche scudetto, un “triplete”, diverse coppe e la goduta retrocessione degli analfabeti funzionali, l’esultanza è la medesima. Dopo oltre due ore di trance agonistica, cerco di sciogliere la tensione accumulata. La scelta del pezzo per l’articolo è ormai secondaria rispetto alle emozioni incontrollate che sono riemerse dopo anni di distanza.

Niente è cambiato rispetto ad allora, per me “c’è solo l’Inter”. Quella squadra, quel gruppo di giocatori ha ridefinito il concetto di “Interismo”, mettendo il cuore oltre la tecnica, mettendoci orgoglio, passione e senso di appartenenza. La fame, la voglia di emergere e di dimostrare l’importanza e l’unicità della maglia nerazzurra. In questo tourbillon di emozioni, rimpinguo il caminetto con della buona legna di abete, aumento l’aria e le fiamme avvolgono i ceppi come i russi hanno fatto con noi per tutto il primo tempo. Ma la cosa importante è una sola; siamo ancora vivi!

“Siamo qui, Siamo vivi”
(Vasco Rossi, dall’album Stupido hotel del 2001)

L’inizio di ripresa vede i russi partire alla carica, ma i loro attacchi sono alquanto disordinati e l’Inter riesce a contenerli abbastanza agevolmente e di tanto in tanto riparte, senza però mai rendersi particolarmente pericolosa. Da li a pochi minuti i nerazzurri daranno il là alla “Rivoluzione di Aprile”, ben più importante della “Rivoluzione d’ottobre” di inizio ‘900 tra Lenin/Trockij e Kerenskij, tanto celebrata sui libri di storia.

“Ci sono momenti in cui la vita regala attimi di bellezza inattesa”

Fino a quel momento nessuno aveva osato tanto. Nessuno era mai andato oltre le leggi della fisica. Da quel giorno, un nuovo vocabolo si è reso disponibile. La “smaterializzazione” e prova ne è stata la seconda rete di Luis Nazario de Lima Ronaldo, semplicemente il più grande giocatore della storia del calcio, che, in quella gelida notte fece sobbalzare molti più dei 30.000 colbacchi presenti al “Dinamo”.

Il brasiliano entrò in area e scomparve agli occhi di tutti per alcuni centesimi di secondo, attraversando i corpi dei poveri Ananko e Khlestov e si materializzò pochi metri più avanti, dinnanzi al portiere Filimonov.

“Smaterializzare: privare del peso, della realtà materiale; liberarsi dai rapporti col mondo materiale.“

Torniamo al minuto 75′. Cauet, all’altezza del centrocampo, prova a saltare Evseev che devia in fallo laterale. Il francese prova a battere velocemente il pallone, ma l’arbitro interrompe la rimessa e comanda il cambio di giocatori tra file russe. Il quarto uomo ondeggia due pannelli in compensato con indicati i numeri di maglia. Fuori il numero 17 Evseev e dentro il numero 14 Buznikin. Li per li nessuno si rese conto ma l’aver ritardato la rimessa laterale fu la miglior cosa che fece Dallas in tutta la sua carriera. Dallas, non la storica serie televisiva americana degli anni ’80, ma Hugh Dallas, arbitro scozzese di caratura internazionale.

“L’effetto speciale poteva benissimo far parte di una scenografia hollywoodiana, ma fortunatamente era tutto vero..”

Sul pallone, anziché Cauet andò infatti Sartor, abilissimo nella gittata lunga e fece la miglior giocata della partita; passò il pallone a Ronaldo, il quale, da li a poco, diventerà leggenda…

L’orologio del soggiorno segna le 2:27 a.m. e penso che non ci sia più altro da aggiungere al mio articolo. Pigio “Stop” e fermo la riproduzione al minuto 76′. Mi concedo un ultimo bicchierino di “Pyat Ozer”, smuovo le braci del camino ormai spento, mi cambio e mi metto a letto non prima però di aver indossato le cuffie dell’iPod, per un’ultima traccia.
“Divenire (di Ludovico Einaudi), inteso come lo scorrere senza fine della realtà che si prefigge come chiave dell’anima che può aprire qualsiasi serratura se inserita nel modo giusto e Ronaldo quella sera trovò la chiave e la fece sua per sempre.”
“Parte Ronaldo, in possesso di palla, Ronaldo, la da a Zamorano, ancora Ronaldo, grande percussione, Ronaldo, goooaaallll stradordinario di Ronaldo, strepitosa prodezza ancora di Ronaldo, al 30′ della ripresa Ronaldo segna un goal C-A-P-O-L-A-V-O-R-O.” (Bruno Pizzul)

di Marco Pedrolini

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