History Inter: Alvaro Recoba

History Inter: ¡Golazo! firmado Álvaro

“Senores y senoras, bienvenidos en el Estadio Centenario y la escena es el superclássico entre Nacional y Peñarol.”

History Inter: Nove novembre duemilaquattordici. All’ ”Estadio Centenario” di Montevideo va in scena il “Superclássico” tra Nacional e Peñarol, valevole per la dodicesima giornata del Torneo d’Apertura 2014. A tre giornate dal termine i “los bolsos” di Recoba, sono sette punti avanti sul Racing Club de Montevideo già vittorioso 2 a 1 nell’anticipo del sabato disputato contro El Tanque Sisley. Una vittoria per i “los bolsos”, autori di ben 10 vittorie su 11 partite disputate, metterebbe praticamente la parola fine all’”Apertura” 2014. Alle ore 21:00 locali ha inizio il match che per due volte l’anno tiene con il fiato sospeso Montevideo e l’intero Uruguay. Partita che si preannuncia infuocata ma il primo tempo non vede rispettate le attese e la prima frazione di gioco termina a reti inviolate; servirebbe una giocata per sbloccare un match teso e molto contratto. Ci pensa a inizio ripresa Antonio Pacheco, ricordato ai tempi interisti per una rete in amichevole al Seregno e per essere stata una mazzetta pro Paco Casal, potentissimo procuratore uruguaiano.

“Peñarol in vantaggio”

Dal canto suo, il Chino, tra uno sbadiglio e l’altro, osserva dalla panchina con il classico sguardo indolente e un po’ assonnato, probabilmente causato dall’enorme chivito (immenso panino farcito di ogni bendidio, nato a Punta del Este negli anni ’40 da emigranti italiani cosi narra la leggenda) scroccato a poche ore dall’inizio del match. L’andamento del secondo tempo vede ripercorrere quello della prima frazione di gioco senza particolari sussulti. Al minuto 69” Gutiérrez, allenatore del Tricolores, manda in campo Espino, Pereiro, attuale stella del PSV Eindhoven, e proprio Recoba. Non succede quasi nulla fino al minuto 90 quando una zampata di Iván Alonso fissa il punteggio sull’uno a uno, mentre a bordocampo, il quarto uomo, indica 4” di recupero…

“L’obiettivo, Álvaro, ricorda, è prendere il portiere e cappottarlo…” (un insegnamento del padre)

Recoba tira i primi calci a un pallone, esclusivamente con il mancino, nella sua squadra di quartiere, il Celiar, finchè non viene notato da Rafael Perrone, ex calciatore, ex tassista di Montevideo (come il padre del Chino) e in quel periodo allenatore della squadra giovanile del Danubio. Don Rafael ha un fiuto particolare per il talento e sotto i suoi occhi è passata, negli anni, gente come Chevanton, Zalayeta, Stuani, Cavani, Josè Gimenez, Ignacio González e molti altri. “Il sinistro è un incanto, mentre sull’aspetto tattico e fisico ci si può lavorare.” Questa è l’idea di Perrone che per convincere il padre di Álvaro, indeciso se vedere il figlio con la “camiseta” bianconera del Danubio o quella violetta del Defensor Sporting, gli promette di installare, sul campo del Celiar, un impianto di illuminazione.E così fu. L’inizio non fu facile per il Chino. Il viaggio per arrivare al campo d’allenamento era costoso e il padre non sempre era disponibile a portarlo. Perrone, abbagliato dal talento del giovanotto, offre la sua disponibilità ad ospitarlo a casa sua. Il Chino accetta e in quella stessa casa troverà, qualche tempo più tardi, la sua futura moglie, Lorena Perrone.

“Lui da noi e io a casa di mia nonna; mi è toccato pure cedergli il letto.” (Lorena Perrone)

Nonostante pigrizia, indolenza e anarchia totale, il talento è “superiore” e tanto basta per farlo debuttare in prima squadra, attirando su di sé l’interesse delle due grandi d’Uruguay, Nacional e Peñarol e Paco Casal fiuta l’affare. Prima lo propone a Damiani, presidente degli “Aurinegros“, salvo poi innescare un doppio gioco che lo porta a vestire la maglia del Nacional con cui va subito a rete nella giornata d’esordio e con cui, nella stagione 1996/1997 realizza quasi un gol a partita. A fine stagione saranno 30 nelle 33 partite disputate, ma il “fútbol” del Chino va ben oltre i numeri. Realizza reti meravigliosi, le giocate sono d’alta scuola, il talento è sublime, i gol Olímpici (quelli segnati direttamente da calcio d’angolo) e le punizioni divine, tant’è che sulle sue tracce si presentano le grandi d’Europa con Inter e Juventus in testa. Il Chino non ha dubbi, vuole la maglia che fu del suo idolo d’infanzia, Rubén Sosa. Vuole Milano, vuole l’Internazionale.

“A quel mancino bisognerebbe fare un monumento.”

Torniamo brevemente all’”Estadio Centenario”. Minuto 93 e 15 secondi, l’arbitro Christian Ferreyra, fischia un calcio di punizione a trenta metri dalla porta difesa da Pablo Migliore. Sul pallone si presenta Recoba con la maglietta intrisa di naftalina. Passerà oltre un minuto prima di battere la punizione e in quei sessanta, lunghi e interminabili secondi, scorreranno le immagini di tutta la sua carriera…

“Hey Chino, andiamocene su qualche isola a pescare.” Lui mi risponde “ma stiamocene al Buceo” (tradotto: siamo comodi al “Buceo”, perchè faticare per cercare nuovi posti?)

Di Recoba si è detto tutto. “Se solo avesse voglia..”. Giocatore indolente, discontinuo e anarchico, dotato però di un sinistro magico, di quelli che se ne vedono pochi. Talento smisurato ma abnegazione prossima allo zero. La moglie, durante gli anni nerazzurri, ha ricordato più volte come non avesse mai voglia di fare nulla, definendolo pigro ma al tempo stesso romantico. “Si veste solo se gli preparo io quello che deve mettere, dalle scarpe al cappotto. È pigro: ci manca soltanto che debba anche alzarlo dal letto la mattina e poi vestirlo, e qualche volta mi è pure toccato farlo”.

“Il gol, anche se è un golletto, risulta sempre un gooool nella gola dei radiocronisti e la folla delira, e lo stadio dimentica di essere di cemento e si stacca dalla terra librandosi nell’aria.” Eduardo Galeano

Maglietta numero 20 fuori dai pantaloncini, calzettoni a metà polpaccio, mani sui fianchi e sguardo apparentemente assente. Cosi si presenta il Chino sul pallone, a circa 30 metri dalla porta. Il Centenario, fin li bolgia, si zittisce improvvisamente. I secondi paiono interminabili, scanditi solamente dai passi del Chino pronto a calciare. Tutti sanno che quel pallone è “l’última bola de la tarde”, l’ultima occasione per vincere la partita, l’ultima occasione di Recoba di issarsi lassù, nell’olimpo fútbolistico.

“Lo sviluppo è un viaggio con molti più naufraghi che naviganti.”

Sette passi sette e poi l’impatto con il pallone. GOL! GOOOOOOOOOL!!! Le tribune del Centenario impazziscono di gioia, tutti i giocatori corrono verso il Chino, lo abbracciano, lo baciano, lo alzano in cielo. Carlos Muñoz, una delle voci storiche del calcio uruguayo esulta dedicandogli tutto quello che si sentiva dentro: “maestro, fenómeno, impresionante, maravilloso, fenomenal, espectacular”. Dopo la partita, Eduardo Ache, presidente del Nacional, afferma: “Se a Parque Central c’è una statua di Carlos Gardel non vedo perché non ne dovremmo farne una al Chino. È arrivato all’altezza di Dio”. E come se non bastasse, il suo compagno di squadra, Gastón Pereiro si tatuerà il volto del Chino sull’avambraccio, in senso di assoluta devozione.

Di Marco Pedrolini

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