Calcio e virus, nessun privilegio alla casta, un’occasione per rinascere

25.03.2020 18:30 di Mario Spolverini   Vedi letture

La fila per prendere un chilo di pane con guanti e mascherina prende il posto degli  happy hour in cui ostentare risvoltini ai panta firmati e caviglie in bella mostra. La fotografia più lancinante dell’Italia di oggi è questa, il ritorno a momenti che  i nostri vecchi ci hanno raccontato ripensando alla guerra, magari davanti a qualche tavolata imbandita per Natale. Anche i balconi hanno smesso di cantare, i  numeri della tragedia non consentono più esibizionismi magari sinceri ma miopi.

Chi è costretto a lavorare per salvare le vite degli altri, per offrire quel chilo di pane alle famiglie, per permettere al paese di andare avanti nonostante tutto,  lo fa con generosità che non sarà mai possibile ringraziare abbastanza. Chi è murato in casa teme  che dopo il dramma del virus se ne apra un altro, quello della perdita del posto di lavoro, quello di dover chiudere l’azienda.

E il calcio che fa? Dapprima ha provato scelleratamente a proseguire con l’happy hour, come se niente fosse. Chi ha fatto giocare Juventus Inter e Atalanta Valencia  dovrebbe piangere  lacrime amare per la vergogna.  Oggi si continua a battagliare, mentre si rinviano di un anno le Olimpiadi, Ceferin, Agnelli, Lotito e compagnia cantante pensano a mesi di 75 giorni pur di chiudere coppe e campionati senza spargimenti di sangue. 

Il terrore che tanti club, anche importanti, debbano portare i libri in tribunale è fondato, esattamente come quello di aziende di livello mondiale che danno lavoro a decine di migliaia di capi famiglia (si pensi solo alle compagnie aeree). L’ancora di salvezza dell’economia italiana è la BCE. Anche loro hanno avuto momenti di comicità drammatica, adesso (forse) stanno realizzando che la situazione non ammette dietro front, le aziende hanno bisogno di spendere e di avere credito  per comprare, vendere, innovare, sopravvivere, ricominciare. Occorre la grana punto e basta.

Fifa e Uefa, si sono ingrassate negli ultimi decenni  sulle spalle del calcio europeo. Tocca a loro adesso fare da BCE di leghe nazionali e  società in difficoltà e immettere nel sistema le risorse necessarie ad andare avanti, più che ai governi nazionali. Tocca a loro garantire la liquidità necessaria per evitare fallimenti, restituendo tutto o parte di quanto accumulato in questi anni di vacche grasse. Perché  pensare che  campionati e coppe possano più o meno regolarmente finire in estate è una pia illusione. I numeri della protezione civile italiana sono li a testimoniarlo, quello che sta succedendo a Madrid e che sembra purtroppo dover succedere a Londra pure.

Il calcio è si un fenomeno sociale di massa che merita attenzione da parte chi governa, ma le priorità di adesso sono posti letto e mascherine,  imprese e lavoratori. Anche il calcio è una impresa, vero, e pure importante per il sistema economico mondiale. Importante ma non strategica. Ben vengano dunque dalla filiera di comando del calcio italiano proposte di nuovi format, nuove leggi che favoriscano la costruzione degli stadi o un modo più avanzato nella gestione dei diritti televisivi. Al limite anche la reintroduzione della pubblicità sul betting, eliminata da ua norma dello scorso anno, per quanto eticamente criticabile può essere considerata positivamente in questo momento di economia di guerra. Tutto ciò che è possibile fare per aiutare il sistema calcio in condizioni di neutralità economica va fatto, e anche velocemente.

Ben diversa accoglienza meriterebbero provvedimenti tesi a creare benefici fiscali e/o previdenziali ad hoc. Non è questione di  qualunquismo o di turbare i sonni dei benpensanti, come sostiene qualcuno, ma di uscire una volta per tutte da una “bolla” che non ha più (se mai l’ha avuta) ragione d’ essere.  Si chiede al governo di  utilizzare la leva fiscale per alleviare le sofferenze dei club? Bene, ma solo se si tratta di rinvii nel pagamento di quanto dovuto, come per le altre imprese o di aiuti limitati a giovani e dilettanti. Nessun regime di favore, nessuna elargizione a babbo morto che servirebbero solo a riportare il  moribondo sulla strada dell'happy hour. Di moribondi che aspettano le attenzioni del Governo ce ne sono di ben più reali ed importanti nelle case di molti di noi in queste ore.

Nessuna decrescita felice ma un sano riallineamento alla realtà. Quella del post epidemia  non  sarà più in grado di tollerare che un ragazzotto brasiliano venga valutato 220 milioni o che si elargiscano stipendi da 30 milioni netti  all’anno. Sotto il tendone del circo Barnum che il football ha messo su in molti (troppi!) hanno trovato la mucca da mungere quotidianamente senza nulla apportare , se non chiacchiere.

 Se domani il secchio di latte prodotto dalla mucca si dovesse dimezzare il calcio perderebbe il suo fascino tra i tifosi o solo tra gli addetti ai lavori che fino ad oggi hanno inzuppato il biscotto in un cappuccino sontuoso?

E infine una considerazione su coloro che danno vita alla recita settimanale di questo circo, i calciatori.  Anche per loro il momento impone una qualche riflessione. La loro associazione europea  dovrebbe essere in prima linea a reclamare l’intervento di Fifa e Uefa a supporto dei club, troppo comodo attaccarsi ai contratti per reclamare diritti. In queste ore buie la sfera dei diritti di tutti è limitata dall’importanza dei doveri, anche in termini economici. Un taglio alle loro prebende non sarebbe un attentato alla costituzione del calcio, anzi. Un taglio da fare in funzione delle cifre di ciascuno, non lineare, perché chi guadagna 3 non può avere la stessa penalizzazione di chi percepisce 20. A loro non stravolgerebbe la vita, la gente invece avrebbe la sensazione che, una volta tanto, anche i loro eroi si tolgono maglietta e calzoncini e salgono sugli spalti a condividere non la gioia di un gol ma la sofferenza. Più che un sacrificio un investimento in credibilità,  per quando usciranno di nuovo dal tunnel. Insieme a tutti noi, stavolta.