Calcio: politica e interessi economici lo stanno distruggendo, ci stanno rubando il sogno
Indice dei contenuti
1 Calcio, era lo sport più democratico2 Prima era sport, poi un gioco, ora uno spettacolo3 L’esempio Neymar4 Quale calcio domani?5 Un prodotto sempre più elitario6 La passione dei tifosi sacrificata e mercificata7 Verso la Superlega?8 I veri padroni TV, politica… e arriverà lo streamingCalcio, era lo sport più democratico
Ha ragione Marco Bellinazzo: il calcio è lo sport più democratico che esista.
Due bambini con una palla sognano di essere al Meazza o ad Anfield anche se giocano in Siria in mezzo alle bombe.
Date un pallone a due detenuti nell’ora d’aria e per quei pochi attimi torneranno liberi.
Se in un parco di New York giocano un ragazzino figlio di Wall Street e un suo coetaneo di Harlem è molto probabile che il secondo faccia un paio di tunnel e di sberleffi al primo.
Il calcio è bello soprattutto per questo, perché la sua magia riesce a regalare sogno, fantasia, capacità di volare con il pensiero.
Moderno oppio dei popoli l’ha definito qualcuno.
Prima era sport, poi un gioco, ora uno spettacolo
Ma il calcio era “stupefacente” quando era pulito, sano, quando rappresentava lo sfogo di una passione altrettanto “nobile”, quando era ancora uno SPORT vero.
Poi è diventato un GIOCO, per adulti e per bambini. Soprattutto l’evolversi della comunicazione sportiva privilegiava questa formula, quasi con innocenza, ma nel contempo la natura prettamente sportiva iniziava a sgretolarsi.
Oggi è diventato uno SPETTACOLO e, in quanto tale, un prodotto di una attività industriale.
Proprio così, un prodotto come un film da vedere al cinema, come un qualsiasi bene commerciale nel settore dell’intrattenimento.
Ed è una definizione che dà i brividi a chi ama davvero questo mondo.
O meglio, a chi ama quello che questo mondo è stato fino a qualche tempo fa, perché in quello attuale molti stentano a riconoscersi.
E non abbiamo nessuna vergogna a riconoscere di essere tra questi.
L’esempio Neymar
Un prodotto dalla visibilità e dai fatturati enormi a livello globale, che proprio per queste caratteristiche viene utilizzato come strumento di geopolitica, di pressioni economiche internazionali, di rapporti diplomatici.
L’acquisto di Neymar da parte del PSG è una fotografia eclatante e drammatica della strumentalizzazione che i potenti di oggi fanno del calcio.
Se il Barca ha scelto di rompere l’accordo con lo sponsor qatariota a favore del colosso giapponese Rakuten, se questa decisione è stata presa anche per motivi legati alla presunta vicinanza al radicalismo islamico di una parte importante della gerarchia qatariota, il problema non trova una composizione tra club, lo si risolve in altro modo.
I petrodollari schiaffeggiano in maniera lancinante l’onore del Barcellona, pagano la clausola, spostano Neymar dalla Spagna alla controllata francese PSG ed il gioco è fatto.
Oltretutto proprio il Qatar ospiterà i mondiali del 2022 e quando Neymar giocherà con il Brasile il mondiale qatariota del 2022, Messi e CR7 saranno in pensione.
Dunque, salvo novità non prevedibili al momento, sarà lui la stella più fulgida, la più attesa di quel torneo.
Tutto torna, tutto si tiene.
Quale calcio domani?
Marco Bellinazzo, prima firma sportiva del Sole 24 ore nel suo ultimo libro “I veri padroni del calcio” affronta questi temi con eccezionale chiarezza e competenza.
Di fronte a questi scenari, chi ha amato da sempre il pallone che rotola come espressione sportiva non può non farsi delle domande.
Il calcio legato a questi interessi globali è lo stesso calcio che si gioca la domenica a Frosinone o a Carpi o ad Avellino?
Come si lega la dimensione dei top club che fanno e disfanno, anche a dispetto delle norme UEFA come il PSG ha dimostrato, con quella del calcio di periferia?
E dove si colloca la periferia del calcio?
La periferia non è solo Frosinone o Carpi o Avellino, come qualcuno potrebbe frettolosamente pensare.
I numeri degli studi specializzati ci dicono che tutta la serie A (con l’esclusione della Juventus) in questo momento è periferia rispetto alle grandi d’Europa.
La società bianconera è per un soffio nelle prime 10 per fatturato, Inter e Milan hanno volumi d’affari di un terzo circa rispetto alle maggiori concorrenti di Premier e Liga, per non parlare di Roma e Napoli.
Un prodotto sempre più elitario
Ma non possiamo fermarci qui.
Se una partita di cartello di serie A viene vista sulle pay tv da milioni di persone e Chievo Udinese da poche migliaia di tifosi, la conseguenza è che le realtà più piccole, che già oggi recitano un ruolo di semplici comparse, nello scenario descritto sono destinate a scomparire .
E questo non è un problema sociale, economico e sportivo solo per il bacino d’utenza della piccola società che può naufragare, ma per tutto il sistema calcio italiano e globale.
E’il calcio che progressivamente perde la sua componente “democratica”, popolare, per seguire sempre più strade indirizzate all’elite, all’oligopolio di pochissimi.
Il fil rouge che ancora oggi tiene insieme il calcio dei grandi potentati economici e del piccolo industriale della periferia italiana continua ad essere uno solo: la passione della gente.
La passione dei tifosi sacrificata e mercificata
Il tifo, che da un lato alimenta l’eccezionale visibilità di questo spettacolo domenicale e dall’altra risulta essere l’elemento più penalizzato da questa folle modernità.
La passione dei tifosi che viene trasformata da motore del sistema a semplice unità di misura su cui valutare il peso specifico di un club, malamente bistrattata nella sua mercificazione.
Per quanto tempo ancora l’aspetto passionale del calcio riuscirà a reggere l’impatto con gli interessi economici, politici e mediatici?
La passione è irrazionalità allo stato puro, il tifoso è come un fanciullo che vive in mondo tutto suo.
Ma la passione irrazionale vive finchè è alimentata dalla convinzione che in campo si giochi in undici contro undici.
Quando si dovesse realizzare che undici hanno alle spalle un governo straniero mentre gli altri undici sono sorretti da un imprenditore di tortellini della bassa bergamasca e che il governo straniero manipola il sistema per sopraffare l’avversario, allora la spinta della passione non sarà più sufficiente a salvare il calcio.
Verso la Superlega?
Sarà una brutta disillusione per il popolo della domenica.
Già oggi siamo in tanti a far finta di non vedere come stanno le cose, ma diciamo che ci tappiamo il naso e continuiamo a salire i gradoni dello stadio.
Quando la misura sarà colma non ci sarà salvezza, lo tsunami della disillusione spazzerà tutto.
Vie d’uscita possibili?
Bellinazzo propone l’ipotesi della superlega, su cui sembrano stiano lavorando a Nyon, che incontra entusiasmi e dissensi in egual misura.
Insomma, il massimo dell’elitarismo per rispondere alla crisi di un sistema che si regge su milioni di praticanti e di appassionati.
I veri padroni TV, politica… e arriverà lo streaming
Un ultima osservazione, tanto per non farci mancare niente.
Oggi sono i diritti televisivi a reggere in qualche modo i bilanci di molti club, sia in Italia che all’estero.
Numeri alla mano, sono proprio le TV i veri soci di maggioranza di molte società.
Comunicazione e politica sempre più spesso interagiscono da pari a pari, sono due poteri che si confrontano, due facce della stessa medaglia, ognuna delle quali ha bisogno dell’altra per sopravvivere e consolidarsi.
Ai due poteri l’elemento passionale non interessa, i tifosi contano solo ed esclusivamente come numeri su cui calcolare le percentuali di riparto del tesoretto disponibile.
Non solo, ma da qui a pochi mesi farà la propria comparsa nella vita dei tifosi un altro protagonista, lo streaming, la possibilità di vedere tutte le partite di tutti i campionati sul proprio dispositivo mobile.
Sarà un altro centro di potere enorme che si dovrà forzatamente rapportare con le TV, con la politica, con le Federazioni.
In questo scenario ha ancora voglia di parlare di 4-4-2, 4-3-3 o altre cose del genere?
