Ancora una volta, Gracias Diego

No, il nostro maggio non ha fatto a meno del suo coraggio. Perché lui, Diego, non ha tremato di fronte alla Storia, quella con la esse maiuscola. Non ha chinato il mento. Le nostre auto non erano Millecento, in quella notte che forse non tornerà più, però sono comunque bruciate fra le fiamme della passione, dell’amore, non in quelle cantate da De André nel suo maggio francese.

Lo avevamo accolto un anno prima, dopo un altro maggio tutt’altro che banale. (E’ proprio vero: il destino, quando vuole, sa giocare con le nostre vite meglio di chiunque altro), a tinte rosse e blu. Da lì a poco, avrebbe salutato per la seconda volta una città che lo aveva amato quanto Johnny Cash ha amato June Carter. Salutò dopo non aver chinato il mento neanche in un’altra occasione. La più speciale. La notte del derby. Del centesimo derby. Tre gol e quelli con le maglie dei ciclisti che si volevano tanto sentire assolti ma che si son trovati, tristemente per loro, coinvolti. Fino alla fine. E alla fine avranno pensato: “Nei nostri quartieri nulla è rimasto come ieri”.

Ricordarlo con e per i suoi numeri, non sarebbe giusto. Come per pochi altri, i numeri lo offendono. Perché non è stato “an hero, just for one day”. E’ stato molto di più per la città che l’ha accolto nel maggio di sette anni fa. E’ stato contemporaneamente il basso di Roger Waters e la voce di Janis Joplin in “Piece of my heart”. Anzi, meglio: è stato, è e sarà un pezzo del nostro cuore. Lo sapeva, sapeva di poterne avere, partita dopo partita, gol dopo gol, un pezzetto in più. Perché ogni singolo pezzo dei milioni di cuori nerazzurri che si prendeva, parafrasando proprio Janis, lo faceva sentire meglio. Ognuno, chi più, chi meno, ha quindi una canzone che lo descrive. In questo caso, forse, è Bohemian Rhapsody. Come la canzone dei Queen, d’altronde, anche lui ha cinque componenti principali. Come la canzone dei Queen anche lui ha ottenuto subito un successo immediato, perché come la canzone dei Queen, fra trentuno anni, non ci si dimenticherà di lui. Perché, e qui parafrasiamo un grande narratore di basket, gli interisti potranno avere una chance, seppur infinitesimale, di incrociare sulla loro strada un altro Mauro Icardi, ma non avranno nessuna possibilità di trovare un altro ragazzo come quello arrivato da Bernal.

Cinque componenti fondamentali, dicevamo. La tecnica: sempre la stessa finta, sempre. Ma sempre fatta a cento, centocinquanta all’ora. Pare che Van Buyten, ancora oggi, soffra di labirintite. C’è chi diceva e dice: aveva solo quel colpo. Anche i Beatles, secondo qualcuno, avevano “solo tre accordi” eppure… Eppure da quel concerto sul tetto, il 30 gennaio 1969, tutti hanno iniziato a rimpiangerli. Moltissimi non hanno ancora smesso. Tanti non lo faranno mai. Il colpo di testa. San Siro ancora lo sta stramaledicendo (un po’ come si faceva con le donne, il tempo ed il Governo nell’altra città innamorata di questo argentino) per quello contro il Barcellona: nessuno, prima di lui, si era permesso di far vibrare le fondamenta della “Scala del calcio”. E per così tanto tempo. Noi con lui, mentre si voltava verso il guardalinee, abbiamo trattenuto il fiato. Noi con lui, dopo che quella bandierina era rimasta giù, a stento abbiamo trattenuto le lacrime. Il fiuto. Sapeva, forse, di essere al limite per fare quel colpo di testa. Ma o rischi o non sei nessuno. E lui ha rischiato tanto. Per questo, a volte, è stato come David Bowie è stato per la musica degli anni Settanta: un uomo caduto sulla terra direttamente dal firmamento. Il coraggio. Quello dimostrato dopo l’infortunio quando, volendo, non aveva più nulla da dimostrare. E’ stato il perfetto interprete della frase di un nero, un nero americano che qualche paginetta l’ha anche scritta nel grande libro dello sport al capitolo Nba: “Ho fallito tante volte, per questo ho vinto tutto”. Soprattutto per questo portare il “22” sulle spalle sarà sempre e per sempre “the burden”, il fardello. L’umiltà. La sua dote più grande. Mai un comportamento sopra le righe. Mai una parola fuori posto, neppure quando, dopo quel maggio straordinario a tinte nero e azzurre, una giuria di diversamente intenditori di calcio gli negò il premio (stra)meritato: il pallone d’oro. Ma cos’è un premio materiale quando nella vita hai conquistato il rispetto di compagni e avversari sia in campo che fuori? Nulla.

E’ stato un eroe romantico: come un altro Diego non ha infatti cercato gloria in squadroni già affermati, ha contributo a trasformare in uno squadrone un gruppo che, ogni volta passata la barriera di Milano, aveva paura della propria ombra. E’ stato un profeta del gol. L’ha dimostrato in quello che, fino ad allora, era l’inviolato Stadium di Torino. L’ha battezzato, non poteva fare diversamente: come Armstrong, voleva essere il primo a correre a testa alta su un terreno fino ad allora vergine. Un gol poco utile (purtroppo) per quel campionato, un grande gol per gli almanacchi. Perché come un generale, non tanto vecchio ma sicuramente stanco, portò la sua truppa, non proprio un’invincibile armata, alla conquista del fortino più prezioso. Questo perché non ha mai pensato che esistessero limiti e ha saputo guardare in faccia alla Storia senza che le gambe gli tremassero. Così il suo impatto nella nostra “storia” è stato quello di un meteorite. Unico. Devastante. Oggi giocherà la sua ultima partita, quella d’addio. “Sarà un giorno molto speciale, come ne ho avuti tanti nei club, ma questo lo è di più perché mi permette di entrare nello stadio per l’ultima volta”. Donerà l’intero incasso per migliorare le strutture utilizzate dal settore giovanile dell’Academia. Ancora una volta, quindi: Gracias Diego, Gracias Principe.